The Pale Fountains – Pacific Street

Francesco Amoroso per TRISTE©
(In collaborazione con L’Attimo Fuggente)

Una delle cose più belle di avere 15 anni (se ben ricordo…) è la voglia continua di scoprire.

Scoprire nuove attività, interessi, romanzi recenti e passati, film, il sesso e, naturalmente, nuova ed eccitante musica.

Nell’estate del 1985 l’unico modo di allargare i mei orizzonti era quello di confrontarmi con gli amici che condividevano le mie stesse passioni (o che, appunto, avrebbero potuto contribuire ad allargare i miei orizzonti).

In un pigro pomeriggio afoso, chiesi ad Antonio, un caro amico, come me allora appassionato di musica, degli Smiths, di cui avevo sentito parlare da qualche parte, ma che non ero mai riuscito ad ascoltare. Anche lui, mi rispose, non li aveva mai ascoltati, ma era certo che un suo compagno di classe, che abitava in città, a pochi chilometri da dove ci trovavamo, ne avrebbe saputo qualcosa, visto che era un fanatico della musica inglese.

Poiché Antonio era (ed è) una persona generosa, quella sera stessa chiamò l’amico e il successivo pomeriggio ci recammo sul suo sgangherato Califfone (o era un Ciao?) a trovare colui “che ne sapeva”.

Venne presto fuori che l’amico (di cui ho dimenticato il nome) non solo conosceva gli Smiths, ma possedeva tutti i loro 45 giri, gelosamente custoditi in un catalogatore che li proteggeva dalla polvere e dall’umidità. Venne anche fuori che aveva una conoscenza enciclopedica dell’indie inglese (lo chiamavamo già così?) e che era aggiornatissimo.

Fu un pomeriggio indimenticabile (in effetti ne sto parlando a distanza di oltre trent’anni…) durante il quale ascoltai per la prima volta alcune canzoni degli Smiths che mi avrebbero accompagnato per tutta la vita.

Nell’andar via il nostro ospite mi diede una cassetta, una C90, e mi disse: “Gli Smiths a breve li ascolterai ovunque, prova ad ascoltare anche questi che sono fantastici”.
La preziosa cassettina conteneva due album del 1984, entrambi di band di Liverpool: sul lato A In Evil Hour, l’ultimo dei The Room, sul lato B Pacific Street, l’esordio dei Pale Fountains.

Il mio amico Antonio ora fa il Sindaco, il suo compagno è diventato un prete, io seguo ancora la musica…

Quell’estate consumai la cassetta e mi innamorai profondamente dei Pale Fountains, senza in realtà mai chiedermi nulla sulle due band delle quali, del resto, non avrei potuto sapere molto, vista la scarsità di fonti d’informazione.

Solo anni dopo avrei scoperto la storia dei Pale Fountains, fondati da Michael Head e finiti, praticamente prima ancora che li scoprissi (il secondo e ultimo album è del febbraio del 1985), per aver fondamentalmente sperperato in droghe i lauti anticipi ricevuti dalla Virgin per il contratto discografico (di Michael Head e della sua epopea abbiamo, comunque, già parlato su queste pagine).

E, naturalmente, allora, con l’orecchio relativamente vergine, non riuscii a spiegare l’intricata e fitta rete di rimandi e influenze contenuti negli undici brani pop apparentemente semplici e spensierati che componevano l’album e che tanto mi piacevano.

I Pale Fountains, seppure giovanissimi, infatti, tentavano di emanciparsi dal suono post-punk di quegli anni, avvicinandosi con devozione e riverenza ai suoni degli anni 60, una tendenza già iniziata dagli Orange Juice e che culminerà con loro, con gli Aztec Camera e, naturalmente, con gli Smiths.

Ma i giovani di Liverpool erano terribilmente ambiziosi: non si limitavano a riprendere il pop psichedelico dei sixties, ma, anche grazie alla sfavillante e onnipresente tromba di Andy Diagram (poi nei James), manifestavano tutto il loro amore per i… Love di Arthur Lee e Bryan MacLean e andavano anche oltre, con un pop orchestrale che apertamente citava Burt Bacharach, con ritmiche tropicaleggianti, cori raffinati, violini e flauti, fino a comprendere evidenti richiami alla Bossa Nova.

Se nei momenti non del tutto a fuoco (e qualcuno ce n’è, anche vista la giovane età della band e l’ingenuo entusiasmo che li muoveva) gli ingredienti possono sembrare sovrabbondanti e di difficile amalgama, quando le melodie sorreggono l’impianto “ideologico”, Pacific Street sfiora ripetutamente il capolavoro e resiste, pur essendo facilmente collocabile temporalmente, all’avanzare degli anni.

Canzoni come Reach, Something on My Mind, Southbound Excursion o You’ll Start A War, ne sono esempi straordinari. Riascoltando a distanza di anni l’album, nuovamente non mi capacito come possa essere stato un flop commerciale. I Pale Fountains meritavano di essere acclamati e famosi. Le cose sono andate molto diversamente.

Oggi, ascoltando la voce di Michael Head – il cui album con la sua The Red Elastic Band è in uscita in questi giorni – arrochita dall’età e dagli stravizi, mi viene da pensare che, nonostante la vita possa fare spesso giri strani e affrontare curve pericolose, finiamo quasi sempre per essere salvati da ciò che amiamo.

Per Mick probabilmente è stata la musica. Non solo per lui, credo.

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