Daniele Luppi & Parquet Courts – MILANO

Siamo nel periodo dell’anno più prevedibile: siamo tutti indaffarati a chiudere questi dodici mesi con acquisti, prenotazioni per capodanno e a sperare di mettere tutto a posto per poterci godere qualche giorno di relax in famiglia.

Credo di avere la fortuna di poter vivere più intensamente il Natale da qualche anno a questa parte, dato che vivo all’estero da dieci anni ormai e da 15 non vivo più nella casa di mamma e papà (Spoiler: non sono poi cosi vecchio, ho solo cercato l’indipendenza appena ho potuto. Nota di Vieri: te piacerebbe…).

Se penso a tutto questo ho subito a mente il ricordo di Karen O, la musa che agli albori degli anni 2000, quando iniziavo a vivere da solo, mi ha aperto un mondo nuovo, quello dell’altro lato della medaglia. Da un lato la prevedibilità della quotidianità, dall’altro – il suo – la trasgressione, il suo approccio unico e irriverente all’esplorazione della carne, della sensualità, dell’arte.

Questa volta, si mescola alle note dei Parquet Courts, probabilmente la band più innovativa e di livello nel movimento post-punk-indie newyorkese attuale; quello che venne tracciato a suo tempo dagli Yeah Yeah Yeahs. Tutto prevedibile, giusto? Non proprio, perché in questo puzzle iconograficamente newyorkese si inserisce Daniele Luppi, produttore italiano che da qualche anno si è fatto un nome nell’universo musicale d’oltreoceano. E porta un’icona tipicamente italiana nell’immaginario contemporaneo statunitense: la MILANO degli anni ’80.

Talisa, il primo singolo dell’album, è di una semplicità impertinente, il video sembra uscito da Blow-up di Antonioni e ci ricorda per quale motivo, a volte, siamo ancora un riferimento per la cultura occidentale. Soul and Cigarettes mi sembra uscita dall’ultimo lavoro solista di Andy Savage – un piacere – e Flush è veramente un inno YYYs datato 2017/2003, The Golden Ones invece  è un errata corrige datata 1977.

Chiudere con un pezzo come Café Flesh sembrava quasi un obbligo: sorta di improvvisazione lunga 5 minuti in cui tutti sembrano divertirsi apportando dei suoni inusuali e ben mescolati al senso intrinseco dell’album.

“Milano è un vero concept album. Canzoni che ricalcano le storie di sfigati, emarginati, vittime della moda e drogati della Milano anni ’80. La città che ogni giorno rinasce, quella che batte come un cuore: positiva, ottimista ed efficiente” dice Luppi. La prevedibilità della quotidianità. Ma è ancora una volta grazie a Karen O che ritroviamo il lato oscuro dell’era aurea milanese: la crisi politica, sociale ed economica che ne consegue.

Io che l’ho vissuta solo marginalmente al tempo (secondo spoiler: ero ancora troppo giovane), adesso la sento parte di me. Che sia la distanza dall’Italia a farmelo scoprire?

 

 

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