Jeanines – Don’t Wait For A Sign

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ammettiamolo, con noi stessi prima che con chiunque altro: la vita, in alcuni periodi, riesce a essere piuttosto monotona.
L’autunno e l’inverno, con il loro grigiore, la loro routine, la pioggia, il fiume di auto che invade le strade, la sera che scende fin troppo presto, il risveglio sempre alla stessa ora, può risultare davvero difficili da sopportare.
E’ in momenti come questi che sarebbe utile avere almeno uno sprazzo di vitalità, un momento di luce, un gesto che illumini la giornata. Anche un solo minuto di improvvisa, magari inaspettata, vitalità, qualcosa, che, per una manciata di secondi, ci tiri fuori dal tran tran quotidiano.
Perché mi dilungo con queste elucubrazioni piuttosto banali e superficiali? E’ presto detto. Lo faccio perché ogni volta che ascolto una delle canzoni del nuovo album dei Janines, Don’t Wait For A Sign, è come se fossi colto da una piccola scossa.

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Belle And Sebastian – A Bit Of Previous

Francesco Amoroso per TRISTE©

Now we’re old with creaking bones/
Some with partners some alone/
Some with kids and some with dogs/
Getting through the nightly slog

(Young And Stupid)

Nell’estate del 1997, il proprietario di Screamadelica (un po’ l’omologo pescarese del romano Just Like Heaven), dopo aver ascoltato a lungo e condiviso le mie entusiastiche elucubrazioni su If You’re Feeling Sinister, mi offrì sottobanco – assolutamente gratuitamente, da appassionato ad appassionato – quasi fosse una sostanza proibita, una cassetta registrata in maniera decisamente approssimativa di Tigermilk, vinile d’esordio dei Belle And Sebastian, stampato l’anno precedente (pochi mesi prima di If You’re Feeling Sinister) in sole mille copie dalla Electric Honey (etichetta  discografica in-house dello Stow College di Glasgow).
All’epoca quell’album era assolutamente introvabile – e, ancora oggi, il valore di uno dei vinili originali si aggira intorno alle ottocento sterline – e riuscire anche solo ad ascoltarne le canzoni, attraverso quella che risultò essere una copia di una copia di una copia – con i problemi di fedeltà che questo inevitabilmente comportava – era davvero un privilegio. Una esperienza che poteva farti sentire parte di una setta segreta, di un piccolo culto devoto a una band che faceva della gentilezza, dei sentimenti e, soprattutto, della melodia, il proprio credo.

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Honeyglaze – Honeyglaze

Francesco Amoroso per TRISTE©

“They say you know nothing at eighteen. But there are things you know at eighteen that you will never know again.”
(Andrew O’Hagan, Mayflies)

Dubito che i giovani componenti del trio di South London Honeyglaze siano ancora diciottenni, ma questa frase, pronunciata dal protagonista del magnifico romanzo di Andrew O’Hagan, Mayflies (in italiano “Effimeri”), mi sembra riesca a contenere in sé praticamente tutto quello che c’è da dire sull’esordio di questa band di giovanissimi.
Nati in piena pandemia, gli Honeyglaze non hanno avuto molte opportunità per suonare dal vivo e sono entrati in studio privi dell’esperienza live che di solito caratterizza il percorso artistico delle band indipendenti d’oltremanica. Eppure nell’album d’esordio, omonimo -come si faceva una volta- riescono a essere coinvolgenti, energici e vitali e a sprigionare tutto il loro talento con grande sicurezza e personalità.

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Ravagers – Badlands

Tiziano Casola per TRISTE©

Che esistano questi Ravagers lo scopro per caso tramite un post sponsorizzato.
D’istinto sento puzza di un certo garage punk nordico anni duemila ed ecco che i signori hanno tutta la mia attenzione.
Successivamente leggo su Google che la band viene da Baltimora, che ci suona qualcuno dei Biters (band glam newyorkdollica di cui ricordavo questa meraviglia), dunque niente Svezia o Norvegia, ma non fa niente, perché il senso è lo stesso.

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Fontaines D.C. – Skinty Fia

Francesco Giordani e Francesco Amoroso per TRISTE©

Francesco A. Ricordo nitidamente che, nell’aprile del 2019, mi chiedesti di recuperare il promo dell’album d’esordio degli irlandesi Fontaines D.C., band già piuttosto chiacchierata e i cui primi singoli ti sembravano interessanti. Naturalmente ero anche io interessato (figuriamoci se una band con le radici e i riferimenti musicali e la provenienza dei Fontaines D.C. potesse sfuggirci…) e immediatamente ti inviai il promo di Dogrel.
Dopo qualche tempo, seduti fianco a fianco al concerto di Daniel Blumberg, mi confessasti, con il tuo solito tono serio e confidenziale, che il disco ti aveva conquistato piano piano, dopo le prime perplessità. Lo stesso era accaduto a me e te lo dissi francamente. Concordammo (è raro che non succeda su queste sonorità) che i Fontaines D.C. erano una band decisamente promettente e come Dogrel, in nuce (termine che probabilmente utilizzasti tu, visto il tuo eloquio sempre così forbito), contenesse i germi di un grande futuro, se solo la band fosse riuscita a scrollarsi di dosso gli inevitabili paragoni.
Poi è arrivato, poco più di un anno dopo, A Hero’s Death.

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