The Lathums – How Beautiful Life Can Be

Francesco Giordani per Triste©

Non voglio risultare ripetitivo (o forse sì…) ma quando si parla di “morte del rock” bisogna sempre quantomeno chiarire la natura specifica del fenomeno al quale ci si riferisce. Il fatto che il rock non sia più un genere “pop” (ma forse anche quest’affermazione è suscettibile di legittime obiezioni) non significa che esso sia diventato automaticamente impopolare.

The Lathums hanno acciuffato la vetta della classifica inglese degli album nella prima settimana di pubblicazione del loro How Beautiful Life Can Be (e la vita della band è senza dubbio diventata ancora più bella da quella settimana, c’è da scommetterlo), in barba a competitori certo meglio equipaggiati come Drake, Lil Nas X o Olivia Rodrigo, potendo peraltro contare su una media di quattrocentomila ascoltatori mensili solo su Spotify e oltre dieci milioni di streaming in poco meno di due anni di vita discografica.

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Matt Maltese – Good Morning It’s Now Tomorrow

Francesco Amoroso per TRISTE©

I wanna walk around you/ Like a child in a museum/ I wanna be beside you/ Like a guide at the colosseum/ I don’t even have to say these words, but I do/ You’re my right shoe/ I’m your left shoe/ We stand together/ You’re my right shoe/ I’m your left shoe/ We stand together
(Matt Maltese – Shoe)

Non sarebbe perfetta la vita, se fosse una canzone pop?
Se tutti i drammi che ci travolgono potessero essere risolti solo con un ritornello, con un arrangiamento elegante, con la nota giusta al momento giusto? Non sarebbe bello che le nostre storie d’amore fossero esaltanti come quelle delle canzoni pop? Non sarebbe un sollievo sapere che ogni volta che ci dovesse capitare di avere il cuore spezzato, basterebbe aspettare i pochi solchi che separano un brano dall’altro per trovare un nuovo amore e tornare a felici? Che la solitudine, invece di essere tetra e cupa, suonasse come una canzone di Matt Maltese?

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Karen Peris – A Song Is Way Above The Lawn

Francesco Amoroso per TRISTE©

I like that it’s possible to re-travel some of the wide open expanse of childhood imagination and wonder. The thing is, I don’t really feel that far away from those places even now, and I’m sure that’s a universal thought. The moments I’m telling about in the songs, and the wonder and the curiosity – I still feel so much of it, just as anyone does. I didn’t want to be an adult saying to a child, This is how you feel. It’s more like saying, just as a person talking with another person, Isn’t this how we all feel, and isn’t that a mystery of life, too, that we are all so connected?
(Karen Peris on “a song is way above the lawn”)

Quando si scrive di musica da una prospettiva molto personale e lo si fa per tanti anni, si finisce per ripetersi e per non avere più molto da dire. A quel punto le scelte dovrebbero essere, obbligatoriamente, due: o smettere di scrivere (e sarebbe, probabilmente, la scelta più saggia) oppure provare a scrivere in maniera più oggettiva, a concentrarsi sulla proposta musicale più che sulle sensazioni che essa suscita.

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Sufjan Stevens & Angelo De Augustine – A Beginner’s Mind

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da quando, oramai sei anni fa, è uscito Carrie & Lowell mi rendo conto di avere un problema personale con Sufjan Stevens.
La bellezza di quell’album era talmente intima e devastante e mi colpì così in profondità che qualsiasi cosa l’artista americano abbia prodotto da allora ha sempre provocato in me una piccola, spesso inconscia, delusione.
Anche un album stimolante e originale come Planetarium, in compagnia di Nico Muhly, Bryce Dessner e James McAlister, o The Ascension, così ricco di spunti melodici e di arrangiamenti modernissimi, mi hanno lasciato, in fondo al cuore, la stessa sensazione.
Forse è inevitabile: quando si raggiungono picchi emotivi come quelli che il buon Sufjan ha raggiunto con il suo album meno pensato e più sentito, è difficile ripetersi.
A maggior ragione lo stesso mi accade con il principale seguace (se non emulo) di Sufjan, quell’Angelo De Augustine che, prima con Swing Inside The Moon e poi con Tomb (entrambi usciti per la Asthmatic Kitty della “famiglia” Stevens), si è posto, con le sue ballate fragili ed elegiache, nella scia del maestro.

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Cindy – 1:2

Francesco Amoroso per TRISTE©

At the end of our streets is sunrise;
At the end of our streets are spars;
At the end of our streets is sunset;
At the end of our streets the stars.

(George Sterling – The City By The Sea)

Non mi so davvero spiegare quello che, ogni tanto, accade in alcune zone del globo: per un periodo più o meno lungo (di solito un lustro, raramente un decennio) cominciano a sorgere spontaneamente una straordinaria quantità di progetti musicali esaltanti, a volte legati tra loro, a volte in maniera del tutto autonoma.
E’ successo a Manchester negli anni ottanta, a Seattle nei novanta, a Bristol, naturalmente a New York in vari momenti. In tutte queste città ci sono stati picchi creativi in periodi piuttosto circoscritti, che hanno portato all’uscita di album importanti, a volte epocali.
Da qualche anno a San Francisco ci troviamo di fronte a un fenomeno simile.
1: 2, il terzo lavoro dei Cindy, registrato durante il lockdown, esce in un momento di fertilissima creatività per la Bay Area e potrebbe essere uno dei vertici assoluti di questo movimento di artisti (tutti in qualche modo collegati tra di loro).

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