Modern Nature – Island Of Noise

Francesco Amoroso per TRISTE©

Be not afeard, the isle is full of noises

Il revival del vinile (che c’è, ma ha numeri risibili), il revival del cd (che non c’è, ma si auspica prima o poi arrivi), gli introiti che arrivano solo dal merchandising (ma il merchandising non si vende molto senza concerti), allora puntiamo tutto sui diritti di sincronizzazione (ovvero: scriviamo musica che sarebbe perfetta come colonna sonora di una serie tv, o, anche di un commercial) e chi più ne ha più ne metta.

La realtà, evidente a chiunque voglia affrontarla, è che oramai la musica dipende quasi esclusivamente dallo streaming e che la piccolissima fetta di mercato che rimane ai supporti fisici viene spesso auto-sabotata dagli stessi artisti e dalle loro case discografiche che non sanno più che pesci prendere e così continuano a “tartassare” i veri appassionati e i collezionisti (a questi ultimi, in fondo, un po’ sta anche bene) con edizioni limitate in cinquanta copie, vinili in otto colori diversi, edizioni deluxe che escono dieci giorni dopo l’edizione standard, per la disperazione di chi ama la musica a prescindere dall’oggetto che la contiene o dal metodo della sua fruizione.

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Lonny – Ex-Voto

Francesco Amoroso per TRISTE©

Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro
scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili.
Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo

agli altri“.
(E. Trevi, Due Vite)

Capisco quelli che, in tutta sincerità, quando c’è una chitarra acustica, una voce intensa, magari degli arrangiamenti sparsi e delicati e dei testi introspettivi, ci raccontano che la musica di derivazione folk è tutta uguale, che non c’è nulla di nuovo, non un guizzo di originalità.
Li capisco e li compatisco, un po’.
Li capisco perché, come dice Emanuele Trevi nel romanzo vincitore dell’ultimo Premio Strega, quando si guarda qualcuno da lontano, con superficialità, questo individuo finisce per assomigliare a tutti gli altri e non se ne colgono le peculiarità, l’unicità. E, viceversa, avvicinarsi troppo a qualcuno può essere pericoloso: che la persona con la quale si interloquisce (o la musica che si ascolta) possa risultare indecifrabile è un rischio che per molti non vale la pena correre.
Li compatisco perché, con questo approccio, rischiano di perdersi meraviglie nascoste, gioielli che hanno bisogno che si trovi la giusta distanza per guardarli, perché possano davvero brillare.
E’, senza dubbio alcuno, il caso dell’album d’esordio di Lonny, Ex-Voto.

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(Make Me a) TRISTE© Mixtape Episode 54: The Saint Larsen

The Saint Larsen

Last time we heard about the magnificent Danish band Northern Portrait it was in 2013 with an EP, Pretty Decent Swimmers, and a compilation album, simply called Ta!. Nine years on and rumors are that the band is finally coming back with a new album, The Swiss Army, later in the year, again on Matinée Records.
In the meanwhile here comes The Saint Larsen!
The Saint Larsen is the new musical endeavor of Northern Portrait baritone and rhythm guitarist Stefan Larsen. With a stage name inspired by his written signature, The Saint Larsen clearly bears the songwriting and musical signature of Mr. Larsen — not unlike Northern Portrait but still nothing like it. This is heritage pop music with a modern twist.
The track called Middleman is his first available song, but it is just one of several fantastic songs recorded so far and the debut album from The Saint Larsen will be released later in the year. The album might be called Show Geezer

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Orlando Weeks – Hop Up

Francesco Giordani per TRISTE©

Nei miei vagabondaggi telematici mi sono imbattuto in un bell’articolo del Tascabile grossomodo dedicato alla musica di 1984 (nel senso del celeberrimo, sempre incredibilmente contemporaneo, romanzo orwelliano) o, per meglio dire, ispirata a 1984. Leggendolo, mi ha letteralmente folgorato un passaggio del romanzo riportato ad inizio articolo, che trascrivo nella sua interezza: “La melodia perseguitava Londra da settimane. Era una delle innumerevoli canzoni simili pubblicate a beneficio dei proletari da una sottosezione del Dipartimento di Musica. Le parole di queste canzoni sono state composte senza alcun intervento umano su uno strumento noto come versificatore. Ma la donna cantava così melodiosamente da trasformare l’orrenda spazzatura in un suono quasi piacevole.

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Yard Act – The Overload

Francesco Giordani per TRISTE©

Ho come una sensazione. Ovvero che l’album d’esordio degli Yard Act in qualche modo suggelli e probabilmente anche chiuda una stagione del nuovo rock albionico (per comodità -e pigrizia critica, diciamolo- derubricata ben presto nel poco fantasioso contenitore “post-punk”) che, tra entusiastiche accensioni e delusioni più o meno sparse, noi (talvolta nevrotici) chiosatori del Verbo britannico abbiamo vissuto nell’attesa costante, quasi messianica, del Disco definitivo.

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