Francesco Amoroso per TRISTE©
Da quando, oramai sei anni fa, è uscito Carrie & Lowell mi rendo conto di avere un problema personale con Sufjan Stevens.
La bellezza di quell’album era talmente intima e devastante e mi colpì così in profondità che qualsiasi cosa l’artista americano abbia prodotto da allora ha sempre provocato in me una piccola, spesso inconscia, delusione.
Anche un album stimolante e originale come Planetarium, in compagnia di Nico Muhly, Bryce Dessner e James McAlister, o The Ascension, così ricco di spunti melodici e di arrangiamenti modernissimi, mi hanno lasciato, in fondo al cuore, la stessa sensazione.
Forse è inevitabile: quando si raggiungono picchi emotivi come quelli che il buon Sufjan ha raggiunto con il suo album meno pensato e più sentito, è difficile ripetersi.
A maggior ragione lo stesso mi accade con il principale seguace (se non emulo) di Sufjan, quell’Angelo De Augustine che, prima con Swing Inside The Moon e poi con Tomb (entrambi usciti per la Asthmatic Kitty della “famiglia” Stevens), si è posto, con le sue ballate fragili ed elegiache, nella scia del maestro.




