Glastonbury 2014

Come ho (abbiamo?) menzionato qualche volta, la settimana scorsa ero a Glastonbury. Quello che viene definito da molti come il più bel festival del mondo (se la gioca col Coachella) non è un semplice festival, ma un’esperienza di vita.

Lo dico col ghigno di chi ci è stato due volte e con la consapevolezza che fare glamping a Glastonbury non è da tutti. Si, non ho scritto camping, perché in fondo in fondo, sono un signorotto: non ho campeggiato assieme alle 300.000 persone presenti al festival, ma l’ho fatto nel giardino di casa di Michael Eavis, avendo piena disponibilità del bagno della casa. Glamorous camping, glamping per gli amanti dei neologismi.

Ma a parte questo, Glastonbury è ben altro.

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Ed è in parte dovuto alla sua storia, al modo in cui è cominciato e a come nel tempo Michael ha sempre mantenuto certi ideali. Infatti a differenza della mia prima esperienza, questa volta ho passato molto più tempo a girare le parti meno “musicali”: l’angolo di Greenpeace col Farmers Market, la parte hippie con The Healing Field, i caffè dei fricchettoni – si, quel camioncino in cui quattro stonatissimi tipi se la ridevano come matti a servire caffè – il chiosco dei crumpets fatti in casa, il mitico doubledecker di Burrow Hill dove servono cider tutto il giorno.

Bisogna viverlo Glastonbury, come esperienza di vita prima ancora che come circo musicale di 72 ore.  Detto questo, fare una lista delle band presenti è inutile, preferisco parlare di quelle che mi hanno piacevolmente sorpreso e perché no, quelle che mi hanno deluso. Le dividerò in tre giorni e poi, come regalo per tutti voi che ci seguite e che magari un giorno riuscirete a partecipare (in bocca al lupo, dato che vendono 300,000 biglietti in un’ora circa – io ho le mie conoscenze Ah-Ah), farò un post con una guida pratica a Glastonbury nei prossimi giorni.

Venerdì

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Il mio venerdì inizia montando la tenda sulle note di The War On Drugs, che anche dalla distanza suonano da dio, ho già preso i biglietti per ottobre, Roundhouse, Camden. Quando arrivo al Pyramid stage, mi trovo davanti Rodrigo Y Gabriela, duo folk messicano molto piacevole che preferisco al mai-troppo-venerato East India Youth che sta suonando troppo lontano dal Pussy Parlure, lo stage dove da lì a poco suonerà quella che si rivelerà una delle mie top 3 del festival: Lianne La Havas.

Lianne ha una delle voci più espressive, calde, belle ed eccezionali che abbia mai sentito: è impressionante ed impeccabile. In più i pezzi sono meravigliosi e il setup prevede lei, la sua chitarra un percussionista alle congas ed un bassista che suona tre note in 25 minuti. Insomma fa tutto lei, e lo fa interagendo tutto il tempo col pubblico che di rimando, la venera. Giustamente.

Passo poi da Michael Kiwanuka che però fa un set noiosetto, vado quindi dalle Haim che a parte le divertentissime facce della bassista, non fanno un grande live, e lo si capisce anche dal fatto che la cantante spenda più tempo a dare istruzioni al fonico che a suonare. Poi si passa al delirio, arriva un temporale/uragano di un’ora che fa addirittura bloccare tutti i live a tempo indeterminato per motivi di sicurezza. Una di quelle cose belle solo se sei dentro ad un cottage in campagna, non nel mezzo di una fattoria all’aria aperta.

Passo poi a Lily Allen che super-abbronzata mi ha fatto concentrare di più sulle sue cosce che sulla sua musica. Live molto divertente anche se vado via poco prima della fine dato che stanno per suonare i CHVRCHES, molto bravi, ma da lì a poco arriva uno da top 3: Paolo Nutini. Fa un live soul e rythm n blues incredibile, davvero, sono impressionato, probabilmente il live migliore del Festival anche perché gli Arcade Fire che suonano poco dopo, ripresentano più o meno il live cui avevo assistito as Earl’s court. Bravissimi, eccezionali ma chiaramente, per me, senza effetto sorpresa.

Sabato

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Inizio con Cate Le Bon che si presenta con un caschetto à la Karen O ed un vestito argentato meraviglioso, io sono uno dei pochi che spera facciano fare un pezzo dei suoi al bassista aka Sweet Baboo, ma niente. Live bellissimo però, Cate è davvero brava a tenere la tensione alta e sa stare molto bene sul palco, Are You With Me Now? Yes, indeed.

Passo dai/dalle Warpaint per confermare la mia delusione nel vederle live e passo poi al set più brutto di tutto il Festival: Lana Del Rey, che con quell’atteggiamento da ragazza della porta accanto, fa pensare che in fin dei conti lo sia per davvero una delle tante. Scialba ed insipida, riesce addirittura a non fare emozionare quando canta Videogames che è un pezzo incredibile. Poco male quando ti rendi conto che dopo di lei ci sarà Robert Plant sul palco.

Robert Plant ha smesso di essere cantante qualche anno fa per diventare un santone. Sono convinto che viva in un altro pianeta da tempo e che venga fra di noi solo per andare  al Molineux a vedere i Wanderers. Live epico che inizia sulle note di Baby I’m Gonna Leave You e non vi dico altro perché descriverlo a parole sarebbe inutile.

Poco prima della fine, inizia il ping pong: mi allontano dallo stage per andare a vedere i Clean Bandit ed il loro live fantastico – veramente un highlight – poi torno a vedere Jack White che suona Hotel Yorba e mi manda in paradiso, quando ritorno, mi rendo conto di ritrovarmi di fronte ad una bestia da live ed a malincuore vado a vedere la mia adorata Yukimi, ci sono i  Little Dragon al John Peel Stage. Bravissimi live, il suono è eccezionale e Yukimi canta da dio, non da top 3 ma da top 10 sicuramente. Poi passeggiando a cercare qualcosa da mangiare mi vedo un po di Foxes, che mi sembra più che altro una ******, i Goldfrapp con il loro stile e la loro classe inconfondibile per poi passare al main stage a vedere i Metallica.

Su di loro non ho molto da dire, sono sicuro che per un loro fan sarebbe stato il live della vita perché mettono veramente anima e corpo nella loro esibizione e si sente, perché buttano giù tutto. Poi James Hetfield se ne esce con un: ” Are you ready for some heavy stuff?” e io vado a vedere gli MGMT. Ah-Ah.

MGMT che fanno un live molto più psichedelico di quel che mi aspettavo, ma lo fanno a volumi un po’ troppo bassi perché sinceramente non riescono a coinvolgere l’audience più di tanto. Grandi potenzialità che vanno sprecate, peccato.

Domenica

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Il menù dell’ultimo giorno è ghiotto e parte con lo smontaggio della tenda, abbiamo infatti deciso di rientrare a Londra subito dopo l’ultimo live. Si inizia quindi coi The Kooks che dovrebbero essere una sorpresa visto il TBA (To Be Announced) che etichetta lo slot delle 14:30 al John Peel Stage, ma è già da un paio di giorni che tutti sapevano si trattasse di loro. Io non sono mai stato un loro fan, motivo per cui dopo 15 minuti me ne vado, ma per fortuna nell’andare via mi accorgo che c’è Laura Haddock dietro di me. Great Time.

Esattamente come il great time che dopo poco inizia sul Pyramid Stage, tutto merito di Dolly Parton. Un live bellissimo, Dolly è un personaggio meraviglioso che fa breccia nel cuore degli spettatori con le sue storie da campagnola, da donna esperta, da mamma, nonna e amante (addirittura!). Il live è stato in qualche modo un trionfo dei buoni sentimenti, cosa che sarebbe ridicola in qualsiasi altro festival, non questo. Il live si chiude con l’apparizione di Richie Sambora (quanto avrei voluto vedere Jon Bon Jovi con la sua  Livin’ On A Prayer) e la famosissima I Will Always Love You resa celebre alla nostra generazione dalla bellissima e tormentata Whitney Houston.

Il tempo di bere un bel sidro del Somerset e si torna per Ed Sheeran che dal vivo è impressionante. Veramente bravo con la sua carica, la sua chitarra folk e i suoi multi-loop. Poi si va da Stromae e dai Port Isla, mangiamo un boccone guardando Ellie Goulding prima di finire davanti al terzo Top 3 del Festival: James Blake.

JB ha un talento smisurato e credo ne sia consapevole, il suo live è splendido, e per aggiungere pathos e spettacolarità al suo show, sta suonando al The Park col tramonto alle sue spalle ed il cielo è rosso-porpora. Sulle note di Retrograde e di Limit To Your Love (a 12:30 nel video) si raggiungono vette altissime, probabilmente è il più grande musicista contemporaneo inglese. Da brividi.

La mia esperienza si chiude coi London Grammar e la splendida Hannah Reid a darci un saggio della propria classe e bravura. Sono veramente bravi, e dal vivo mostrano già una maturità invidiabile. Il top si raggiunge quando sulle note di Sights mandano in visibilio il pubblico svelando un sestetto d’archi sul palco: bellissimo.

Bellissimo come il weekend di glamping e musica, fango e welliesUn’esperienza che bisogna provare almeno una volta nella vita e che io ho avuto la fortuna di viverla già un paio di volte. Ora si torna a casa, 3 ore circa di autostrada e tanto fango da togliere ai vestiti. Lo farò con l’animo leggero, ripensando ad un weekend favoloso.

Grazie Glastonbury, grazie Michael.

PS: quasi tutti i link sono presi dal sito della BBC che chiaramente ha mandato live tutto Glastonbury.

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