Phosphorescent – C’est la vie

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Non è facile stabilire quale evento o quale consopevolezza ci renda adulti.

Non è certo la maggiore età (soprattutto al giorno d’oggi), ma nemmeno il lavoro, nè la separazione dal proprio nucleo familiare. Me lo sono chiesto tante volte perchè io, nonostante l’età, ancora mi sento “figlio”.

Me lo sono chiesto tante volte. Ma una risposta precisa non l’ho ancora trovata.

Certo ci sono degli eventi che, volente o nolente, ti sbalzano in avanti. Possono essere delle disgrazie ma anche delle gioie, come il diventare genitori. Ma forse quello che ci fa veramente maturare è il saper fare pace con noi stessi. Il mettere da parte certe velleità e accettare quello che siamo, per cercare di diventarlo nel miglior modo possibile.

Per Matthew Houck forse è stato proprio l’insieme di tutte queste cose.

Dopo ben cinque anni dallo splenidido Muchacho, il cantautore dell’Alabama che ormai dal 2001 porta in giro il progetto Phosphorescent è tornato con un nuovo album dal significativo titolo C’est la vie.

Tante cose sono successe in questi anni e Matthew ha passato momenti estremamente difficili, ma ha anche trovato una stabilità emotiva grazie alla “collega” Jo Schornikow con la quale ha avuto due figli. E certo in questo processo di maturazione ed accettazione va inserito l’aver lasciato Brooklyn per tornare verso sud a Nashville, Tennessee.

C’est la vie è il risultato di tutto questo. E sì sente forte sin dall’inizio. Dopo l’intro (che in coppia con l’outro rimane l’unico vero aggancio, almeno formale, con il precedente disco) parte C’est la vie No. 2 che sbatte in faccia a noi e allo stesso Houck il fatto che ad un certo punto le cose vadano accettate, ed abbracciate, per come vengono.

Certo il peso del passato è ancora vivido (These Rocks) ma una nuova dimensione ha invaso la vita e il sound di Houck: sia nello “scintillante” primo singolo dell’album New Born In New England, il pezzo forse più vicino alla matrice folk tipica degli album di Phosphorescent seppur in una luce ben diversa rispetto alle cupezze dei dischi precedenti, che nella ballad My Beutiful Boy, dedicata al figlio.

Non faccio mistero del mio amore per questo artista, e certo chi segue le nostre pagine ha potuto leggere di come per riuscire a vederlo dal vivo sono arrivato sino in Canada (ma anche nella più “comoda” Dublino). E forse proprio chi come me ha negli anni adorato la malinconia e il dolore presenti nella produzione di Houck, il suo folk crepuscolare e sporco, potrà al primo ascolto di questo disco trovarsi spiazzato.

Forse in C’est la vie mancano dei pezzi che risaltino sugli altri, dei picchi indiscussi come quelli a cui Matthew ci aveva abituato. Ma nel complesso questo album è in grado di infondere un calore ed una serenità del tutto nuovi. Una serenità che si ripercuote sulle melodie rotonde e ricche di armonie (There From Here), che in più di un brano richiamano (esplicitamente?) la produzione solista di Paul Simon.

Certo la già menzionata These Rocks arriva proprio alla fine del disco, per ricordarci che il problematico Houck (“I was drunk for a decade”) ancora ha bisogno di chiudersi da solo in studio, lontano dalla propria famiglia e dai propri musicisti, per guardarsi dentro e dare alla luce la propria arte.

Ma qualcosa è cambiato. E il risultato, seppur diverso dal solito e seppur caricato dalla lunga attesa di 5 anni, è ancora di grandissimo valore.

Non so se tutto questo possa dirsi diventare adulti. Non so quando mi capiterà di provare la sensazione che, da questo punto di vista, ci sia stata una svolta nel mio modo di sentire e pensare. Ma forse basta aspettare e non opporsi allo scorrere naturale delle cose.

C’est la vie.

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