JFDR – Museum

Peppe Trotta per TRISTE©

Non è raro per un artista ritrovarsi all’indomani della realizzazione di un’opera importante di fronte ad un improvviso vuoto, una stasi che vede prevalere una sorta di indolenza creativa. Dopo aver assecondato la propria vena ecco sopraggiungere il blocco e trovare un modo per superarlo diventa una necessità. È esattamente ciò che è accaduto a Jófríður Ákadóttir dopo aver pubblicato nel 2020 New Dreams, secondo tassello della sua carriera solista sotto il moniker JFDR, intrapresa a partire dal 2017 con la pubblicazione di Brazil e con alle spalle le esperienze condivise con la gemella Ásthildur come Pascal Pinon  e la militanza nel trio Samaris.

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The Golden Dregs – On Grace & Dignity

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non fate che dire la verità,
e questo è ingiusto
(Fedor Dostoevskij – L’idiota)

Se la frase in esergo vi sembra un paradosso vi invito a rileggere il romanzo da cui è tratta.
La verità, nuda e cruda, è quasi sempre priva di compassione, non ha a che vedere con i sentimenti, con l’umanità, con la dignità e, tanto meno, con la grazia.
La verità ha sempre bisogno di essere un po’ edulcorata per essere accettabile e, spesso, ha bisogno di essere ben celata perché può risultare davvero troppo difficile da digerire.
Quando Benjamin Woods ha perso il suo lavoro nel 2020, a causa della pandemia (pare lavorasse in un bar all’interno della Tate Modern), è dovuto tornare a vivere con i suoi genitori, a Truro, in Cornovaglia e, nel pieno del desolato e umido inverno, si è messo a spalare fango in un cantiere edile. Scrivere un album su questa esperienza, filtrata da fango e pioggia, rimuginando sulla perdita dell’innocenza e sulla durezza della vita sarebbe stato scrivere di verità e, per questo, ingiusto. Così come troppo vero (e altrettanto ingiusto, quindi) sarebbe stato raccontare l’infanzia in Cornovaglia, regione piena di contraddizioni, nella quale i turisti sono più numerosi dei residenti e l’inverno è fatto di squallore, solitudine e noia.

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Robert Forster – The Candle And The Flame

Matteo Maioli per TRISTE©

I see her through the ages
She’s a book of a thousand pages
That you can thumb
Images of her are vivid
Her beauty has not withered
From her entrance in chapter one”

Ho iniziato a conoscere meglio Robert Forster leggendo il suo memoir “Grant And I” (Penguin/JImenez, 2016).
È un libro che riprendo in mano spesso, nel tentativo di penetrarne meglio i segreti, per colpa del mio inglese arrugginito, ma quando lo faccio finisco sempre per pensare sia tutto già detto già nelle canzoni che Forster ha scritto, da solo e con The Go-Betweens: brani magnifici, talvolta arrabbiati, intensi, pieni di sfumature e emozione.

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Kara Jackson – Why Does The Earth Give Us People To Love?

Francesco Amoroso per TRISTE©

I’ll make a promise to you then
If we can ever sing again
You sing those high notes high, my friend
I’ll sing the low notes in the end
I’ll sing the low notes in the end

Non saprei se chiamarlo un vezzo, ma mi piace, quando comincio a raccontare un album, aprire con una piccola citazione. Spesso arriva da qualcosa che sto leggendo in quel momento o da un romanzo o una poesia che mi sono venuti in mente ascoltando l’album in questione. Qualche volta mi capita di forzare un po’ le cose, in altri casi il collegamento è palese. Stavolta, però, non sono dovuto andare troppo lontano. Perché l’autrice di Why Does The Earth Give Us People To Love? è, forse ancora prima che una musicista, una poetessa. E anche una poetessa il cui talento è ampiamente riconosciuto.

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Lisa/Liza – Breaking And Mending

Francesco Amoroso per TRISTE©

It must surely be true that there is no such collective domain of joy as there is of sorrow. You can’t be sure that another man’s happiness resembles your own. But where the collective of pain is concerned there can be little doubt at all.
(Cormac McCarthy – The Passenger)

Sembra quasi che alcuni autori abbiano in loro possesso (senza che gli sia stata mai consegnata) la chiave della nostra anima. O, per meglio dire, abbiano accesso a quel percorso -che con il tempo si fa sempre più stretto e impervio- che consente loro, e solo loro, di arrivare direttamente al nostro strato più profondo (quale che ne sia il nome) senza neanche dover passare per i sensi.
Ogni volta che mi capita di ascoltare la voce e le canzoni di Lisa Victoria, che ha scelto lo strano nome d’arte di Lisa/Liza, ho esattamente questa sensazione. Non mi è necessario comprenderne subito i testi né ho bisogno di rielaborare ciò che ha ascoltato, perché i suoi suoni e le sue parole me le ritrovo, all’improvviso, dentro, in profondità, a far vibrare quel piccolo cristallo che forse si trova da qualche parte e che risuona sempre più raramente.

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