Aldous Harding – Warm Chris

Francesco Amoroso per TRISTE©

Fino a poco tempo fa ero del tutto inconsapevole (del resto sono molto ignorante in materia) dell’opera della fotografa e artista statunitense Cindy Sherman, famosissima e osannata per i propri autoritratti concettuali.
Il suo lavoro consiste in serie di autoritratti nei quali, abilmente travestita, immortala se stessa, da sola nel suo studio, assumendo molteplici ruoli come autrice, regista, truccatrice, parrucchiera, costumista e modella. L’artista riesce a camuffarsi tanto da non essere riconoscibile, eppure il suo stile è così unico che, guardando le sue fotografie, per quanto non sia facile riconoscere la persona ritratta, è immediatamente evidente l’identità dell’artista che ha scattato le foto. Trovare un’immagine della vera Cindy Sherman è molto raro e le sue opere sono spiazzanti, difficilmente catalogabili e spesso disturbanti.

Ho scoperto le sue opere quando – se non ricordo male con un commento su FB – qualcuno ha paragonato la sua opera a quella di Aldous Harding.

Continua a leggere

Kee Avil – Crease

Peppe Trotta per TRISTE©

Spigoloso, sfaccettato, straniante. È un songwriting sopra le righe e difficilmente catalogabile quello proposto da Vicky Mettler – chitarrista del progetto Land  Of Kush guidato da Sam Shalabi e produttrice del Concrete Sound Studio – nella sua prima prova sulla lunga distanza firmata Kee Avil. 
Le tre tracce dell’ep omonimo risalente al 2018 anticipavano solo parzialmente gli ingredienti alla base di Crease rivelando in nuce caratteristiche ed affinità adesso pienamente palesate. PJ Harvey, Scott Walker, Grouper sono solo alcuni dei nomi accostati alla musicista canadese,  ma in realtà i riferimenti rintracciabili nel suo ansiogeno universo sonoro potrebbero essere molto più numerosi e comunque sempre parziali e fuorvianti.

Continua a leggere

Johnny Hunter – Endless Days

Francesco Giordani per TRISTE©

Viviamo strani giorni, come cantava Battiato.
E strane cose, in questi strani giorni, accadono anche a me, fatte le dovute proporzioni. Tipo che il nuovo album dei White Lies, consueto roboante melodrammone cotto in un brodo di titanismo emo-pop-wave (appeso su baratri Muse) mi ispiri, almeno per buona metà della sua durata, più dei nuovi, pur più che decorosi, lavori di Metronomy, (British) Sea Power, Spoon o Shout Out Louds.

O che vada al cinema per svagarmi con un assai promettente Batman di ultima generazione e mi ritrovi invece ad ingaggiare una lotta furibonda contro palpebre che inesorabilmente capitolano alla manovra a tenaglia del Sonno più traditore – per fortuna a stretto giro un Licorice Pizza ha rimesso le cose a posto ma questa, come si suol dire, è un’altra storia, su cui tornerò volentieri.

Continua a leggere

Kristine Leschper – The Opening, Or Closing Of A Door

Francesco Amoroso per TRISTE©

Qualche volta ho l’impressione che la complessità sia il nostro peggior nemico.
Non sarebbe bello se tutto fosse, invece, semplice, binario, bianco o nero? Se l’amore fosse quello delle canzoni pop e se tutto avesse dei contorni nitidi e chiari?
Probabilmente, invece, riflettendoci con un po’ più di attenzione (e profondità – rieccola la maledetta complessità!), che la vita sia piena di sfumature e di contenuti, di sentimenti contrastanti e di scelte difficili, è una necessità e un’esistenza priva di stratificazioni, significati reconditi e, ammettiamolo, qualche complicazione, risulterebbe piatta e scialba.

Ciò non toglie che farei comunque volentieri a meno di un po’ di crucci e problemi, in favore di una riconquistata tranquillità che, tra l’altro, oltre che evitarmi tanti affanni, mi permetterebbe di dedicarmi e approfondire ciò che più mi attira e mi appaga.

Continua a leggere

The Weather Station – How Is It That I Should Look At The Stars

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da un po’ di tempo a questa parte, una decina d’anni almeno, la maggior parte delle cantautrici, soprattutto americane, sembra compiere un percorso artistico piuttosto simile: si parte con album prevalentemente acustici e fortemente caratterizzati dall’uso della voce e della chitarra, quasi sempre influenzati dal folk o dal country, per poi progredire, nel corso degli anni, verso sonorità più aggressive e corpose, verso arrangiamenti elaborati, copioso uso delle tastiere e di ritmiche sempre più incalzanti, quasi che l’esigenza principale, prima ancora che quella di un’evoluzione artistica, sia quella di scrollarsi di dosso la fastidiosa etichetta di ragazze con la chitarra che, inevitabilmente, viene loro affibbiata da giornalisti senza troppa fantasia (e spesso anche con scarsa attenzione per le sfumature).

E’ una tendenza che si è fatta sempre più evidente con album come Burn Your Fire For No Witness di Angel Olsen o Tramp di Sharon Van Etten, ma anche con artiste come Torres o, più recentemente, Lucy Dacus e Julien Baker.
E’ una scelta certamente legittima e, in alcuni casi, quasi inevitabile.
In fondo siamo entrati nel terzo decennio del nuovo millennio e suonare ancora come se fossimo negli anni sessanta del secolo scorso può anche non essere la massima aspirazione di donne che hanno la volontà di rappresentare con le loro canzoni e i loro suoni una generazione nuova che vuole allentare, se non recidere, i legami con il passato.

Continua a leggere