Fujiya & Miyaji – Flashback

Giulia Belluso per TRISTE©

Sin dai tempi più antichi si pensava che il mancinismo fosse “una malattia” da curare, una sorta di possessione luciferina.

Eppure oggi gli studi dimostrano che l’utilizzo della mano sinistra sia l’esordio di un estro geniale e creativo, come dimostra chiaramente il vivido progetto di Fujiya and Miyagi che combina abilmente l’urgenza dell’uso dell’emisfero destro della band con il loro stile electro-funk.

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Empath – Active Listening: Night on Earth

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Lo volevate il caldo?

Bene, è arrivato. Tantissimo. Tutto insieme. Non ho fatto in tempo a piegare le maglie di lana (sì, ovviamente le avevo ancora sotto mano), che già ho dovuto tirar fuori i pantaloni corti.

Questo a discapito di un sacco di capi d’abbigliamento che, grazie al cambiamento climatico, risultano utilizzabili praticamente una mezza giornata a Maggio e qualche settimana a fine Ottobre (andatevi a vedere questa ottima vignetta del New Yorker).

Perchè, come recita l’adagio, le mezze stagioni non ci sono più.

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Andrew Bird – My Finest Work Yet

Alberta Aureli per TRISTE©

La mitologia greca affida a Sisifo il dono della furbizia prima di consegnarlo alle fatiche eterne di una punizione esemplare.

Figlio di Eolo, fondatore di Efira (poi Corinto) prende in sposa Merope, ninfa di straordinaria bellezza, figlia di Pleione (oceanina figlia di Oceano) e di Atlante, uno dei Titani che sostiene il cielo, si sistema, le cose vanno bene.

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Tyler The Creator – Igor

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Carlotta Corsi per TRISTE©

Parlavo qualche giorno fa con alcuni amici del concetto di maschera pirandelliana e di come le persone al giorno d’oggi si sentano obbligate verso la scelta di una costruzione dell’identità pubblica, perché accomodante e rassicurante in un qualche modo, nascondendo quelle che sono le nostre insicurezze più profonde e inconsce. E’ chiaramente un argomento spinoso, talvolta scomodo, sicuramente ci riguarda un po’ tutti e il più delle volte ci sentiamo parte in causa quando se ne parla: al lavoro, con parenti e amici, nelle relazioni interpersonali più in generale, indossiamo spesso delle maschere. Negli ultimi anni la musica ne ha seguito un po’ la falsariga, evolvendosi  in questo aspetto e portando certe realtà discografiche a creare contesti floridi per artisti che hanno preferito impersonare un’icona e cavalcare, nello specifico, il flow di matrice afroamericana. I più impavidi potrebbero urlare allo “scimmiottamento” di un genere che è nato invece dall’esigenza di esprimere un’identità personale e volutamente diversificata rispetto al contesto commerciale.
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Doug Tuttle – Dream Road

Giulia Belluso per TRISTE©

Questa notte ti ho sognato. Era uno di quei sogni muti in cui tu mi prendevi per mano e mi fissavi. Mi guardavi così tanto intensamente da entrarmi dentro, facendomi quasi dubitare d’essere in un sogno.

Sembrava uno stato di sogno lucido, il mio; ero da qualche parte tra l’inizio del sonno ed il sogno, forse ero in un viaggio fluttuante nello spazio profondo, e tu con la tua solita persuasione canticchiavi una canzone, attivando in me una percezione di posto sicuro.

Eri una musa allucinogena, eri una sorta di meditazione posseduta da un senso psichedelico. Eri un album fusion che evoca la sua narrazione in modi diversi, eri Dream Road il quarto album di Doug Tuttle.

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