Tiny Ruins – Ceremony

Francesco Amoroso per TRISTE©

“Ovunque, nel corso dei secoli, la mancanza di originalità è stata stimata la
prima qualità e la migliore garanzia dell’uomo assennato, pratico e dotato di senso
degli affari, per lo meno il novantanove per cento delle persone (dico per lo meno)
l’hanno pensata così, e solo uno su cento, seppure, ha avuto ed ha un’opinione
diversa.
“
(Fedor Dostoevskij – L’idiota)


È possibile che il buon Fedor, con questa affermazione, che apre la terza parte de L’Idiota, stesse giustificando se stesso e la sua scarsissima propensione agli affari, ma, quale che ne fosse il motivo, non c’è dubbio che è una bella consolazione sapere che uno dei più grandi scrittori di sempre la pensi un po’ come me. Da sempre, infatti, sono dell’opinione che, in ambito musicale (perché, in fondo è di questo che qui si parla), il successo e la ricchezza possano essere raggiunti ormai quasi esclusivamente da chi, molto più del talento e della passione, è dotato di senso pratico, di un certo cinismo e di nessuna originalità.
Qualità (?) queste che ritengo scarseggino ad artisti che amo profondamente. Come Tiny Ruins.

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(Make Me A) TRISTE© Mixtape Episode 112: Lisa/Liza

Lisa/Liza (by Alexa Clavette)

Lisa/Liza is the songwriting project of Liza Victoria, developed within Maine’s strange and wonderful DIY music scene. She has toured nationally with Jens Lekman and Advance Base and shared bills with Angel Olsen, Kaki King, Lucy Dacus, and Julie Byrne. Lisa/Liza’s catalog spans ten years, with The First Museum, her debut album, out in 2014, three albums on Orindal Records (Deserts of Youth in 2016, Momentary Glance in 2018 and Shelter of a Song in 2020), a single released through Mexican Summer’s Looking Glass, and a spate of self-released home recordings. Her songwriting invites traditional folk guitar-playing and lyricism into dream-like domains, directing memory’s imperfections toward restoration and healing. Her latest album, Breaking and Mending, out April 28, again on Orindal Records, the heavy, open-ended waltzes of her past work assume a more linear form, as Lisa/Liza carries on her tradition of shedding light on personal trauma and life’s greater mysteries through song. Questions about love and the natural world are met with moments of clarity, sparked by recollections of Judee Sill or John Prine. Above all, Breaking and Mending deals in dualities and the beauty of self-reconstruction, as carefully underlined in the opening track Felt Twice: “They tell me/ the body minds/ they said that, the mind was the body, Well each time that I fell, I felt twice, What else can I tell everybody?”

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Westerman – An Inbuilt Fault

Francesco Giordani per TRISTE©

Confesso di non essermi ancora del tutto ripreso dal trauma degli Aisis. Sì, siamo d’accordo, una band di “umani” (che sofferenza dover mettere queste virgolette) ha composto le canzoni di The Lost Tapes e le ha pure suonate, lasciando all’intelligenza artificiale il solo compito di cantarle alla maniera di Liam Gallagher, com’è noto.
Vi sfido a distinguere uno qualunque di questi brani (peraltro filologicamente ben contraffatti) da un’ipotetica b-side perduta del primo repertorio oasisiano. Siamo onesti: è quasi impossibile smascherare il falso, discernerlo dal vero; e quel “quasi” diventa ogni giorno più esiguo, impalpabile, inconsistente.

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Cloth – Secret Measure

Francesco Amoroso per TRISTE©

Un pattern di batteria secco. Una voce sussurrata ed eterea, vagamente inquietante, un suono minimalista e sognante con linee di basso profonde che contendono lo spazio alla chitarra elettrica, dinamica e asciutta.
Capita di innamorarsi di una canzone (e della band che la suona) al primo ascolto, ma non troppo spesso. Con Old Bear, all’inizio del 2020, a me è successo.
Il 2020 sembra un paio di ere fa: un anno diverso da qualsiasi altro, vissuto tra paura e sconcerto, un anno nel quale tutti i nostri punti di riferimento, tutti i nostri schemi sono saltati, portandoci a rifugiarci sempre di più nell’intimo, negli affetti, nei nostri angoli sicuri.
Per me la musica è sempre stata il luogo (mentale) di rifugio per eccellenza e in quel “lontanissimo” 2020 non ho fatto altro che immergermici in maniera ancora più profonda, sempre alla ricerca di suoni e parole che potessero portarmi un po’ di conforto, un po’ di pace interiore.
E’ stato proprio intorno all’inizio di quello “strano” anno che ho scoperto i Cloth.

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The Lemon Twigs – Everything Harmony

Tiziano Casola per TRISTE©

“A Paul McCartney, i Wings glieli abbiamo perdonati a stento” dice sempre il mio amico Dario Improta.
Lo dice citando a sua volta un vecchio collega di università.
Lo dice e poi si ride, ride lui, rido io, come fai a non ridere? Ridiamo comunque da ipocriti, perché alla fine i Wings ci piacciono, mi piacciono. E pure tanto. Ovvio che non sono i Beatles, però oh, dai!
Cosa c’è di male allora? C’è di male che la società corrotta in cui viviamo attorno a certo rock settantiano impone di provare vergogna, perlomeno da una certa generazione in giù. Mi piace pensare che la colpa sia del grunge e della stampa musicale troppo innamorata del punk, per giunta per motivi diversi dai miei.

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