The Districts + Blaenavon @The Lexington – London

L’ultima volta che mi sono ritrovato a pensare: “ma vado a quel concerto per la band che apre o per gli headliners?” era un po’ di tempo fa. Primavera 2010, una giornata splendida: ci eravamo riuniti a Londra io, la parte romana e due nostri grandissimi amici. TRISTE non esisteva ancora ed eravamo persone felici. Ah-Ah.

Eravamo felici per via di un concerto, quello dei Pavement (mamma mia che pezzo, finirò col riascoltare tutti i loro album nelle prossime settimane) alla Brixton Academy e ad aprire c’erano i bravissimi Broken Social Scene (si, l’hanno suonata questa). Devo aggiungere altro?

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Facciamo delle premesse, va, che mi sono lasciato andare con l’entusiasmo. I Blaenavon sono una band dal futuro molto interessante. Ne ho avuto una prova ieri quando questi ragazzini sul palco hanno fatto sentire che, con la guida giusta, potrebbero diventare grandi. La voce del cantante Ben Gregory rende al massimo live, con quei cambi di tono unici, accompagnati dalle sue uscite ritmiche di chitarra. Si vede però che sono acerbi: lo si capisce dal viso dei tre ma soprattutto dal fatto che ancora non hanno trovato un equilibrio solido. I pezzi dell’EP che abbiamo recensito tempo addietro non hanno trovato spazio in scaletta ieri sera. Potrebbe essere un segno di qualcosa o forse solo il fatto che vogliano provare l’impatto sul pubblico dei pezzi che andranno a comporre il loro disco in uscita. Chissà.

Ma la sorpresa della serata, almeno per me, sono stati i The Districts. Lo dico qubito perché in parte, come da premessa, ero quasi più esaltato all’idea di vedere i Blaenavon, ma mi sono ricreduto quando ho assistito al loro live. Il quartetto di Philadelphia ha un’energia fuori dal comune, l’affiatamento fra i membri della band è altissimo – un po’ come i volumi- e la complicità è forte fra di loro.

Una cinquina di brani tiratissimi dallo stampo Southern Rock li presenta al pubblico del Lexington che viene da lì a poco addolcito dai pezzi più famosi che li riavvicinano al folk più puro (vedi Funeral Beds), Da notare una versione bellissima di Boys Don’t Cry che mi ha fatto pensare a “che fine ha fatto Robert Smith?” manco fosse Carmen Sandiego.

La voce di Rob Grote è potente ed energica e la fa da padrone, anche se, alla chitarra,  Mark Larson continua a chiedere di alzare l’audio al fonico.

L’ultima volta che mi sono fatto sopraffare dai mie pregiudizi, sono rimasto fregato. Avrei dovuto imparare dai miei errori, ma forse, in fondo, è più bello essere felicemente sorpresi. Ed accettare i propri errori, consapevolmente.

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