Jeff Tweedy @London Palladium – 04-11-2014

Jeff Tweedy è come l’orizzonte, un oggetto lontano, irraggiungibile, ma non solo. È un pensiero astratto. I’ve heard you say: dreams don’t matter. Beh, caro Jeff, te lo dico io se i sogni non contano.

Il mio primo sogno si avverò quando andai a vedere dal vivo gli Smashing Pumpkins a Bologna. Ero un pischello, era il 2000. Mi ricordo ancora benissimo tre cose: il giorno in cui andai da mio babbo dicendogli che io sarei andato al concerto, che lo volesse o no; il momento in cui sulla prima nota di Bullet With Butterfly Wings ci guardammo negli occhi io e il mio migliore amico con preoccupazione, dato che in un centesimo di secondo si sarebbe scatenato il pogo estremo; le mie giornate passate ad ascoltare tutte le parole di Billy Corgan. Imparai l’inglese mosso dal desiderio di capire cosa dicesse in quelle canzoni.

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Passarono alcuni anni e mi innamorai di Manuel Agnelli e del suo modo di scrivere. Andai a vedere almeno una decina di suoi concerti in 4-5 anni ma poi passò anche lui. Arrivarono altri miti, fra tutti, due: Mark Everett e Jeff Tweedy. Talenti immensi, irraggiungibili, al punto che disco dopo disco non riesco ancora a capacitarmi del loro infinito bagaglio creativo.

Jeff Tweedy lo vidi qualche anno fa alla Roundhouse con i suoi Wilco e fu un’esperienza unica. Non dico tanto a livello emotivo, perché a livello personale ogni concerto è cosa a se, ma in quel caso il livello artistico, tecnico e di intrattenimento della band raggiunse livelli mai visti: la più grande band che abbia mai visto dal vivo.

Potete immaginare il mio eccitamento alla notizia che Jeff avrebbe fatto un tour in solitario in europa quest’anno e sarebbe partito da Londra. London Palladium, un teatro di eleganza tale che ho dovuto sfoderare le mie Church’s lucidate a specchio.

Jeff arriva sul palco ed è subito giorno. Illumina il palco con una perla dal suo ultimo disco – il già recensito Sukiarae, un cadeau: Nobody Dies Anymore. Io mi sciolgo. Da lì comincia una serie di canzoni estratte dall’ultimo album: Worlds Away, Diamond Light Pt. 1, Summer Noon, la splendida New Moon, quella che ho ascoltato tutta la settimana. Poi quando sta per arrivare Low Key, Jeff si lascia andare in uno spoiler che però fa impazzire il pubblico: This is the last song that we will play together, then I’ll take over for a while.

Le luci si abbassano, rimane solo con la fedele chitarra, si aprono cuore, sentimenti e pensieri unici. Arrivano I Am Trying To Break Your Heart, Hummungbird, You and I, One Wing, I Am The Man Who Loves You, Born Alone e poi, infine, il regalo più bello della serata, Jesus etc. Che se non avete sentito nella versione di Norah Jones, andate a farlo immediatamente.

La classe, la poesia, quello che rappresenta Jeff Tweedy è per me un regalo a tutti noi, una di quelle cose che sorprenderebbe persino Darwin. Ma come dice lui: I’ve heard you say dreams don’t matter, but it’s how we hold on, as the days pass, and wait for love. Or Jeff Tweedy.

PS: il video non c’entra col live che ho visto ma credo che renda l’idea.

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