Parquet Courts @Monk Club – Roma, 17/09/2015

Vorrei poter dire “come quando ero giovane”. Ma mentirei. Come già vi dissi, “quando ero giovane” non amavo molto certe sonorità.

Ma c’è sempre tempo per ravvedersi. E per fortuna c’è chi, anche ad anni di distanza, tali sonorità le fa rivivere con rinnovato vigore.

Al Monk Club di Roma sono arrivati i Parquet Courts. C’eravamo anche noi.

ParquetCourts_MonkDella band di Brooklyn vi abbiamo già parlato molte volte. Il loro esordio, Light Up Gold, è stato un fulmine a ciel sereno di rara bellezza, dalle sonorità graffianti che svariano dal punk, al lo-fi più “tirato” dei primi Pavement così come a pezzi più lunghi dalle venature psichedeliche.

Da lì in poi, i Parquet Courts hanno sfornato altri due lavori (Sunbathing Animal e Content Nausea a nome Parkay Quarts), confermando tutta la loro bravura e la loro grinta.

Me li ero persi tempo fa a Montreal, ma questa volta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di vederli dal vivo, praticamente dietro casa. E il live della band americana ha ripagato a pieno il tempo sottratto al lavoro (sì, mi sto ancora ammazzando davanti al computer anche la sera).

I Parquet Courts sono partiti piano, pescando maggiormente nelle ballads (sì vabbè, ballads…) lo-fi, per spostarsi gradualmente verso le canzoni più “cariche” che contraddistinguono la band. In entrambi i casi, il risultato è estremamente coinvolgente (anche se dal pubblico ci si sarebbe aspettato un po’ di “movimento” in più in un concerto di questo tipo).

Pezzi come Master Of My Craft, Sunbathing Animal o Borrowed Times non possono che scuotere fino alle ossa, mentre la malinconia lo-fi di canzoni come Uncast Shadow of a Northern Myth sono un bellissimo esempio della bravura della band nel variare sull’acceleratore (e un qualcosa che qui, sì, li avvicina ai gusti di “quando ero giovane”).

Il primo concerto dal mio ritorno a Roma post-vancaze (averle fatte le vacanze…) è stato un ottimo “rientro in società”. Mi ha tolto il rimorso di essermi perso questa band qualche tempo fa, e quello di non aver apprezzato prima certa musica.

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