Le firme di TRISTE©: il 2021 di Tiziano Casola

Tiziano Casola per TRISTE©

Con qualche giorno di ritardo, anche io mi accingo a tirare le somme di questo 2021 di ascolti (che tanto si sa, entro l’Epifania, o poco oltre, vale ancora tutto).
Togliamoci dunque subito il dente: quanti e quali dischi mi resteranno di questo 2021? La risposta è due, As days get dark degli Arab Strap e Back to Mono dei Courettes.

Nel primo caso si parla per me di veri fuoriclasse. Un disco cupissimo, ma sempre tirato avanti a ritmi sostenuti, che in più di un’occasione mi ha fatto pensare agli Afghan Whigs dei tempi d’oro o ai dimenticati Whipping Boy, se non addirittura, per un certo approccio sermonesco al cantato, ai Current 93 di Island (per credere, confrontare con Crowleymass Unveiled).

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Le firme di TRISTE©: Francesco Amoroso racconta il (suo) 2021

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quest’anno (o meglio lo scorso, visto che siamo già nel 2022) ho cominciato a pensare al riepilogo di fine anno sin da gennaio, forse per il trauma che ogni volta mi provoca il tentativo di racchiudere, in un lungo e verboso articolo, passioni e sensazioni di dodici lunghi mesi.
Stavolta avevo la speranza di non dovermi ritrovare a fine anno a tentare con fatica di recuperare nella mia memoria, sempre più traditrice, gli album e le canzoni che avevano fatto battere il mio cuore nei trecentosessantacinque giorni precedenti e così mi sono messo di buona lena a scrivere e scrivere, a imprimere su carta (o, più spesso, su supporto telematico) i miei pensieri e le mie (opinabilissime) opinioni su tutta la musica che più mi colpiva.
Eppure non tutto è andato per il verso giusto.
Facendo un bilancio, quasi un terzo dei miei album preferiti è rimasto fuori dalle “recensioni” di TRISTE©. E molti altri, pur avendomi colpito e coinvolto, non sono riuscito ad approfondirli nel modo adeguato (mi vengono in mente l’ultimo di Marissa Nadler, l’esordio degli Aeon Station, il delicato lavoro dei Pleasance House, il secondo lavoro dell’australiana Jessica, ma potrei elencarne a decine).

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Le firme di TRISTE©: il 2021 di Carlotta Corsi

Carlotta Corsi per TRISTE©

Quest’anno è stato decisamente silenzioso per me. Ho l’abitudine di rifugiarmi nelle parole e sopra ogni cosa, nella musica, gli ultimi dodici mesi però, ho abbassato drasticamente il volume di tutto e non so quanto bene mi abbia fatto alla fine.
Avrei voluto fare una lista meritocratica e in grado di risuonare con quelle che si vedranno nei prossimi giorni sui vari magazine, ma la verità è che sarebbe falsa, per quanto probabilmente più interessante per voi. Farò una lista onesta, ovvero dei pochi –ahimè- ascolti di quest’anno, tirando fuori i migliori per me e menzionando, poi, per giustizia, gli artisti che quest’anno hanno fatto la differenza, non solo per me.

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Circuit Des Yeux – -io

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non so se capita anche ad altri, ma personalmente, da qualche tempo a questa parte, tendo ad adagiarmi, nei mei ascolti, su sonorità che riescono ad accompagnare le mie attività quotidiane senza essere troppo invasive o disturbanti. Privilegio, così, artisti e musicisti che, pur esprimendo – almeno dal mio punto di vista – tutto il loro talento e la loro personalità, lo fanno con una certa pacatezza o con sonorità a cui sono maggiormente abituato.
Questo atteggiamento, tuttavia, rischia di farmi perdere una grande fetta di produzione musicale, che sarebbe almeno altrettanto degna di attenzione, per il solo fatto che le caratteristiche espressive scelte da alcuni artisti mal si conciliano con un ascolto disattento o non sono adatte a qualsiasi momento della giornata o umore.

La produzione musicale di Haley Fohr, in arte Circuit Des Jeux, è un esempio evidente di quanto sto provando a spiegare: le sue composizioni, articolate, impegnative, spesso stranianti e dissonanti, non sono adatte ad essere fruite distrattamente, né, tantomeno, in qualsiasi mood ci si trovi.
E questo vale anche per il suo ultimo album, -io, per quanto, in alcuni passaggi, sia il più accessibile della sua produzione.

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Tasha – Tell Me What You Miss The Most

Francesco Amoroso per TRISTE©

La categoria dei cosiddetti Break-Up Albums, gli album che sono ispirati e che parlano della fine di un rapporto amoroso, è affollatissima ed eterogenea.
Praticamente chiunque si è cimentato nello scrivere un album che racconti di abbandoni, separazioni forzate, perdite dell’amore e fine di una relazione.
In rete si trovano decine di classifiche dei migliori “break-up albums” di sempre e ci si possono trovare Frank Sinatra e i Radiohead, Lorde e Bruce Springsteen, Adele e Nick Cave, addirittura gli Slowdive (anche se il più gettonato rimane Rumors dei Fleetwood Mac).
Sembra, insomma che, quale che sia il tuo genere di musica di riferimento, devi, in carriera, scrivere almeno un album sulla fine della tua relazione. ma non è difficile: si sa che gli artisti hanno vite sentimentali di solito burrascose (ad eccezione, forse, di Robert Smith dei Cure, che sta con Mary da quando era ragazzino, eppure, con Disintegration, magari scritto in un momento di crisi del rapporto, è riuscito anche lui a entrare nella categoria dei break-up albums).

Se ne deve dedurre, quindi, che la fine di una relazione sia un argomento trito e ormai fin troppo sfruttato? Potrei propendere per una risposta positiva, se non fosse per l’uscita, recentissima, del secondo lavoro dell’artista chicagoana Tasha, Tell Me What You Miss The Most.

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