Moltitudini. Di voci che cantano il presente e di sentimenti che descrivono la vita. Ho sempre pensato a Leslie Feist come a una Joni Mitchell che sento più mia: da Gatekeeper a Pleasure, toccando anche la notorietà con 1234, il suo percorso è esaltante, quasi miracoloso. Feist è una cantautrice che non lascia nulla al caso. Quando torna a farsi sentire lo fa da protagonista e donna che racconta il suo vissuto senza filtri, con canzoni che sono opere d’arte.
Di fronte alle uscite dell’etichetta londinese 4AD ho sempre avuto una sorta di riflesso pavloviano. E, nonostante dagli anni 80 a oggi le cose siano cambiate in maniera sostanziale (Il fondatore Ivo Watts-Russell ha dapprima, negli anni ’90, aperto un ufficio a Los Angeles e, nel 1999, ha venduto le proprie quote al Beggars Group), continuo a nutrire nei suoi confronti una sorta di venerazione preconcetta. Negli ultimi anni, poi, dopo un periodo in cui alla 4AD si erano accasati artisti dalle sonorità molto di moda, ma che non rientravano troppo nei miei gusti (con qualche straordinaria eccezione: vedi la ristampa di For Emma, Forever Ago, di Bon Iver, i Camera Obscura o The National), l’etichetta, che oramai si avvicina a grandi passi al mezzo secolo di vita, ha ricominciato a occuparsi di artisti e sonorità entusiasmanti, a partire da nomi amatissimi da queste parti quali Aldous Harding e Big Thief, ma anche come Dry Cleaning e Daughter, tanto che 4AD è oramai (di nuovo) un marchio riconosciuto ovunque -e in qualsiasi scena musicale- come sinonimo di qualità e coraggio artistico.
È necessario avere del talento per riuscire a tradurre la complessità in qualcosa di immediato, per rivelare con tratti essenziali ciò che è difficile definire fino in fondo. E cosa c’è di più tormentato e misterioso del sentire umano, del succedersi e sovrapporsi di stati emotivi cangianti, a volte diametralmente opposti?
«Ella non c’è ed io la vo’ cantare/ la frase che m’ha fatto palpitare: “Vorrei baciare i tuoi capelli neri/ le labbra tue e gli occhi tuoi severi Vorrei morir con te angel di Dio/ O bella innamorata tesor mio”» (Martino Stanislao Luigi Gastaldon, Musica proibita, 1881)
Sono più di vent’anni che Josephine Foster, inquieta e inquietante, incide dischi strani e meravigliosi, con quella sua voce fori dal tempo, demodé e vagamente polverosa e con uno stile sfuggente e inclassificabile. Sarà che da ragazzina cantava nel coro della chiesa, sarà che per lungo tempo ha aspirato a diventare una cantante d’opera, sta di fatto che la sua voce e le sue composizioni albergano in luogo dell’anima che è soltanto suo, al riparo dal vento deturpante della modernità o della sperimentazione a ogni costo. Dal mio punto di vista la sua musica è sempre stata un mistero, spesso affascinante, qualche volta respingente. La sua voce è stata in tante occasioni fonte di meraviglia e di entusiasmo, salvo, qualche volta, arrivare fino a infastidirmi. Fuorviato da accostamenti pretestuosi (ricondurre la sua opera nell’alveo del cosiddetto weird folk è chiaramente riduttivo) ho spesso faticato a penetrare l’arcano della sua musica e tale difficoltà “intellettuale” non mi ha permesso di lasciarmi andare ad amare i suoi lavori senza riserve. Fino a Domestic Sphere.
“Everyone’s hoping that nobody sees/ all our little efforts at dignity.”
C’era una volta, tanto tempo fa, qualcuno (di solito un grande appassionato di musica, qualche volta anche un intenditore) cui veniva affidato un album di cui scrivere. L’album poteva essere privo di copertina e dati, a volte accompagnato solo da uno scarno comunicato stampa, fotocopiato in bianco e nero su un foglio A4 ripiegato, a volte neanche da quello. In quella lontana epoca, senza la possibilità di accedere alla rete globale di informazioni, le canzoni, i loro titoli e poco più, erano tutto ciò che si aveva per farsi un’idea di un album e provare a raccontarlo. Erano tempi oscuri, eppure, in qualche modo più semplici e ingenui (e io, evidentemente, sto davvero diventando troppo vecchio…). Ora l’uscita di un album è accompagnata da fotografie, biografia della band e dei singoli membri, cartelle e rassegna stampa, link e scritti, spesso avvincenti quanto l’album se non di più, che raccontano per filo e per segno la genesi del lavoro, il suo contenuto e il suo significato profondo. E io, allora, che ci sto a fare? (Una domanda che mi capita di farmi sempre più spesso, in molti campi…)