Francesco Amoroso per TRISTE©
Mi innamoro delle parole, ogni tanto. Non necessariamente del loro significato, più del loro suono, di ciò che quel suono evoca. Qualche tempo fa mi è successo con la parola “liminale” – tanto che ho dovuto per forza inserirla in un paio di recensioni- , parola poco usata in italiano ma, nonostante sia di chiarissima derivazione latina, piuttosto diffusa in inglese. E’ probabile che ciò dipenda anche dal fatto che il nostro è un Paese di contrasti netti, di luce accecante e buio fitto, di colori vivaci, mentre gli anglosassoni (e i nordeuropei in generale) sono più avvezzi alle sfumature, alle ombre, ai momenti di passaggio.
Sì, perché limine (qui da noi usato quasi esclusivamente nel linguaggio ecclesiastico) vuol proprio dire soglia e con la parola inglese “liminality” si definisce, in antropologia, la fase di transizione di un rito di passaggio. Chi è sulla soglia ha abbandonato il logo da cui proveniva, ma non è ancora entrato nel luogo verso il quale si sta dirigendo.
Una parola dal suono fantastico e dal significato affascinante.
E’ stato anche per questo che quando ho letto che una giovane artista, Caroline Blomqvist, in arte Minru, stava per esordire con un album chiamato Liminality, le mie antenne si sono subito drizzate.




