Doug Tuttle – Dream Road

Giulia Belluso per TRISTE©

Questa notte ti ho sognato. Era uno di quei sogni muti in cui tu mi prendevi per mano e mi fissavi. Mi guardavi così tanto intensamente da entrarmi dentro, facendomi quasi dubitare d’essere in un sogno.

Sembrava uno stato di sogno lucido, il mio; ero da qualche parte tra l’inizio del sonno ed il sogno, forse ero in un viaggio fluttuante nello spazio profondo, e tu con la tua solita persuasione canticchiavi una canzone, attivando in me una percezione di posto sicuro.

Eri una musa allucinogena, eri una sorta di meditazione posseduta da un senso psichedelico. Eri un album fusion che evoca la sua narrazione in modi diversi, eri Dream Road il quarto album di Doug Tuttle.

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Marissa Nadler & Stephen Brodsky – Droneflower

Alberta Aureli per TRISTE©

La poesia la genera il caso, dicono alcuni.

Le parole, tutte le parole, pescate a caso da un immaginario contenitore cristallino, e rimesse in fila seguendo il solo nesso dell’estrazione, possono, anzi, non c’è dubbio che, raccontino di qualcosa in modo poetico.

Forse è quello che fanno anche tutti quelli che ad ogni fotografia aggiungono una citazione, a caso appunto, libera associazione poetica, cose così.

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Cate Le Bon – Reward

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

“In Galles ci sono più pecore che persone”

Così mi disse qualche anno fa, senza nessuna intenzione ironica, il tassista che mi stava portando in albergo ad Aberystwyth, città universitaria sulla foce dell’Ystwyth (appunto). In quel viaggio di lavoro non me ne resi molto conto, ma forse l’abilità che potei riscontrare nei gallesi nel cucinare gli ovini mi avrebbe dovuto far prendere sul serio le parole (a tratti incomprensibili) del mio autista.

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Hayden Thorpe – Diviner

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Francesco Giordani per TRISTE©

Il 16 agosto del 2014 mi trovavo, quasi per caso, allo Sziget Festival, in quello che il mio compagno di viaggio di allora aveva prontamente (quanto genialmente) ribattezzato un “inferno approssimativo”. Gli effluvi chimico-psichedelici aleggianti nell’aria, potenziati all’ennesima dal convulso traspirare dei corpi compressi nel buio attorno a me e da una già montante stanchezza taglia-ginocchia, mi trascinavano in una danza ipnotica, che oggi non saprei ripetere né tantomeno descrivere a parole ma che la musica dei Wild Beasts, così psichica, così segretamente mistica, in qualche modo alimentava, come muovendomi dall’interno.

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Epic45 – Sun Memory

Sun Memory

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da bambino, d’estate, mi sdraiavo sul prato di casa dei miei zii e fissavo il sole per tutto il tempo che potevo. Poi serravo le palpebre e, nel buio improvviso, vedevo un disco brillante che passava dal rosso all’arancione, per poi sbiadire lentamente  verso il bianco. A quel punto premevo delicatamente le mani sulle palpebre e cominciavo a vedere bizzarri giochi di luce (pensavo volesse dire questo “vedere le stelle”), riaprivo gli occhi e ricominciavo.

Non ricordo adulti in giro. Niente musica. Solo il brusio delle voci lontane dei bagnanti che mi giungevano attutite dalla spiaggia che si stendeva ai piedi della scarpata, il ronzio di qualche insetto (che volava abbastanza distante da non allarmarmi troppo), lo sporadico abbaiare del piccolo cane dei vicini lasciato libero nel giardino adiacente.

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