TRISTE #Marsiglia – Top 10 2016

15622342_10154778358188698_4229002169120166556_nGiacomo Mazzilli di, da, per, a TRISTE©

I’m a mess. Al punto che questo 2016 mi ha completamente mandato fuori fase. La maggior parte delle persone lo definirebbe: un anno in cui ha avuto poco tempo. In realtà credo sia stato un anno in cui ho completamente mandato in caos le mie priorità, per delle giuste cause, poi mi sono ritrovato a dover resettare il tutto per ritrovarmi qui.

Una manciata di dischi a definire questo mess, in cui appariranno dischi per i quali “non ho avuto il tempo” di scrivere un recensione.

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Bon Iver – 22, A Milion

jv1Ho in mente una strada, piena di neve. Una cosa tipo l’inizio di Fargo, con quelle macchine familiari dai fianchi in legno. Poche persone a colorare un paesaggio piatto, monocromatico, inespugnabile. Una di quelle cose che dicono “AMERICA” appena le vedi. Più del ragazzo sul ponte della nave de La Leggenda del Pianista sull’Oceano.

È l’immagine che ho in testa tutte le volte che ascolto Calgary, una delle mie canzoni preferite. Un nome che mi ricorda le olimpiadi invernali che guardavo per ore alla televisione con mia mamma. Ogni tanto rimpiango l’intensità di quei momenti.

In verità, non c’è nessun rimpianto, ma solo un po’ di nostalgia: Nostalgia was better in the old days (cit.)

Messe insieme, sono forse queste le doti di Justin Vernon: intensità, nostalgia, profondità. Continua a leggere

Angel Olsen – My Woman

angel-olsen-my-womanYou’ll never be mine.

Chissà quante volte lo abbiamo pensato. Io di sicuro l’ho provato quando con il suo fare sfuggente Angel Olsen è passata sul palco dell’Electric Balroom di Camden. Ho amato talmente tanto Burn Your Fire for No Witness che mi fece male, trovarmi sedotto e abbandonato.

Fu fin troppo facile parlare male di quell’esperienza di 40 minuti o poco più. Ci andai con il mio compagno di concerti a Londra. Si chiama Mathieu, uno di quei parigini che ti fanno ricredere dell’arroganza che si attribuisce ai natii dell’Ile de France. Interessato a tutto, dal cinema alla musica, e con il quale ci siamo scambiati tanti favori musicali: io lo portai da EELS alla Royal Albert Hall lui da Gruff Rhys al Koko di Camden.

Per Angel Olsen andò diversamente.

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Mutual Benefit – Skip A Sinking Stone

Schivare una pietra che affonda. E la mente comincia ad immaginarsi sommersa dall’acqua di mare, mi viene in mente quella dell’isola d’Elba – salata – che mi insegnò a nuotare solo. C’è un sasso che cade dolcemente, un movimento fluido ed ovattato che ricama alla perfezione i bordi dolci degli arrangiamenti di Jordan Lee.

Sono pochi gli artisti che ti fanno sognare e distaccare completamente dalla realtà.

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Parquet Courts – Human Performance

Mi piace mettere le mani avanti, come diceva una mia amica abbastanza generosa nel prosperare (qui la spiegazione). E’ da qualche giorno che ho sempre in testa una canzone di Ligabue. Si, è uno dei miei guilty pleasure d’infanzia, ma ci sono parole che ancora oggi hanno un significato nella mia vita.  E anche se il tempo mi ha insegnato a rimanere ogni giorno in bilico fra lo scherno e la serietà, ci sono cose che vanno prese seriamente, come i dischi dei Parquet Courts.

Ogni volta che ascolto uno dei loro pezzi mi viene da pensare a quanto sarebbe triste (senza copyright) dover essere sempre seri. Immaginate quanto sarebbe banale dire tutto e farsi capire al 100%? Meglio prenderla come loro e non farsi capire mai. Senza per questo perdere di efficacia o di sincerità.

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