Frontier Ruckus @Unplugged In Monti @Black Market – Roma, 09/03/2015

Marica  Notte per TRISTE©

Nota di sincerità: Lunedì sera mi sono presentata al concerto senza avere nessuna idea di chi suonasse. O meglio, solo il nome della band mi era chiaro, per il resto tabula rasa.
Ho preferito conoscerli direttamente, di persona, perché anche questo approccio alle cose può valere e risultare, per certi versi, ancora più sorprendente.

Prima che inizi qualsiasi concerto do sempre un’occhiata al palco per osservare gli strumenti del mestiere. Ieri sera, per la prima volta e dopo tanti concerti, ho notato la presenza di una sega, e sono rimasta un po’ perplessa. Poi a metà concerto ho capito che anche la classica sega (non dentata) presente nelle botteghe di un falegname può essere suonata con originalità e grazia (il suono prodotto è davvero piacevole e anche simpatico).

Appunto, conoscevo solo il nome: Frontier Ruckus. Il resto sarebbe arrivato durante la serata, come sempre bellissima, di Unplugged in Monti, e come sempre nel mio salottino preferito, quello del Black Market.

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Ghostpoet – Shedding Skin

La metà londinese di TRISTE© non è più la metà londinese. Non che non sia più la metà di questa bella avventura che abbiamo iniziato insieme a settembre 2012. Semplicemente non è più londinese: il secondo polo di queste pagine si sposta nel sud della Francia, sulle coste della Provenza, in quella città bellissima e affascinante che è Marsiglia.

Non nascondo un po’ di tristezza (senza ©), se non altro per tutte le scorribande fatte insieme in terra d’albione. E per il posto letto gratuito (ehm). Al tempo stesso non posso che essere felice per lui e per questa nuova avventura. Sperando si ricordi di comprare un letto in più nella nuova casa…

Sì, perchè oltre ad essere uno dei miei più cari amici e una delle persone che “consuma” più musica che io conosca, è anche un ottimo compagno di viaggio. Così in questi anni di sua residenza in Inghilterra appena potevo cercavo di raggiungerlo.

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Palisades – ii

Marica Notte per TRISTE©

L’autunno è stanco, l’inverno è debole, la primavera è calma e l’estate è frenetica. Almeno credo.

L’estate non è la mia stagione preferita, nonostante sia nata in uno dei giorni più caldi (a detta di mia madre) del secondo mese estivo. Il motivo principale per la mia quasi-avversione all’estate è per le lunghissime ore di luce, il giorno estivo ha una durata che non riesco fisicamente a sostenere con tranquillità.

Mentre con l’avvicinarsi della sera tutto cambia perché riesco a trovare affascinanti, avvolgenti e profumate le sere estive: in esse c’è qualcosa che nelle altre notti non si riesce a trovare, a sentire, a percepire. Forse saranno le grida dei bambini (che se trovano una lucciola iniziano a correrle dietro), le voci di gioco e rabbia dei ragazzi dietro un pallone, gli sguardi esplorativi delle ragazze e i racconti di storie passate vissute in tempi lontani, molto lontani da noi.

Ma l’estate è ancora lontana. Tra qualche giorno l’inverno si trasformerà in primavera, gli alberi torneranno a fiorire e l’erba si colorerà di un verde intenso.

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Kristin McClement – The Wild Grips

Il Sudafrica è lontanissimo. Non lontano come la Nuova Zelanda, però è lontano. Ben 10 ore e 24 minuti da capitale a capitale, secondo il mio nuovo sito preferito. Però dopo queste 10 ore e mezza ci troveremo solo con un’ora di fuso da smaltire.

Voi direte: certo, si chiama latitudine. Lo so, lo so. Però normalemente sono abituato a viaggi che dopo 10 ore ti scombussolano tutto il ciclo sonno-veglia. Come quelli con trenitalia.

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Elliott Smith – Either/Or

Francesco Amoroso per TRISTE©

È il senso di precarietà a pervadere ogni singola nota che esce fuori dai solchi degli album di Elliott Smith. Quel senso di precarietà con cui siamo costretti a fare i conti tutti i giorni della nostra esistenza.

Potrei fermarmi davvero qui. Perché dire qualsiasi altra cosa sulle canzoni di Elliott Smith e sui suoi album mi risulta, in qualche misura, difficile e doloroso. E inutile.

La sua voce indifesa e le sue fragili melodie, accompagnate alla difficoltà della sua vita e alla sua tragica, quasi inverosimile, fine, dicono già dell’artista americano più di quanto qualsiasi (sedicente) critico musicale potrebbe dire. Basta l’ascolto di pochi minuti di uno dei suoi brani per comprendere immediatamente che Elliott era, per dirla all’americana, The Real Thing.

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