D’angelo and The Vanguard – Black Messiah

Uno dei miei libri preferiti di sempre inizia in un modo unico, originalissimo, addirittura nelle note di stampa. L’autore è un geniaccio americano, uno di quelli dal talento smisurato. Uno di quelli che riesce sempre a non prendersi sul serio come solo gli americani sanno fare. Parte con una dichiarazione diretta verso i suoi lettori, dice: “in una scala da 0 a 10 dove 0 significa completamente omosessuale e 10 significa completamente eterosessuale, io mi posiziono al numero 7”.

L’autore è Dave Eggers, un uomo per cui ho una stima sconfinata. Un po’ come per il D’angelo di Voodoo, quello del video di How Does It Feel. Già, il video che guardavo la notte, su Brand:New, di nascosto, perché avevo paura che mia mamma potesse pensare che in quella scala da 1 a 10 mi potessi posizionare al numero 1, dato che per 4 minuti di video, si vedono gli addominali di D’angelo.

Ma in verità, la cosa che tuttora mi imbarazza, è la qualità di quel pezzo senza tempo, quella voce soul senza limiti, quella sensualità che solo un’artista meraviglioso riesce ad esprimere. Qualcosa che contestualizzata, raggiunge vette che solo Sam Cooke aveva raggiunto.

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Astronauts, etc.

Anche se la musica elettronica non è il mio genere prediletto, è altresì vero che solo alcuni artisti riescono ad esplorare determinate aree della mente, rinfrescare certe nozioni a livello di sound e catapultare l’ascoltatore in un limbo di incoscienza. Detto questo, parlare di musica elettronica con tale senso generico, è un po’ come andare al bar ed ordinare una birretta dicendo al barista: ” fai te”.

Anthony Ferraro, mente dietro al progetto Astronauts, etc. questo lo sa benissimo. Non come ordinare una birra, ma come accompagnarci in quel limbo.

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Kwes – ilp

UUUUUU. Great news ahead of me. Ho trovato i biglietti per Glastonbury 2014, e a quanto pare uno degli headliners del festival dovrebbe essere Prince. Come potrei quindi pensare fosse solo un caso  che il primo brano di questo cd meraviglioso si chiami Purplehands. Si, purple, quel colore tanto caro al genio di Minneapolis.

Infatti non credo sia così, come non lo è il fatto che ultimamente ascolti solo musica elettronica ed Anna Calvi. Facendomi dare del pazzo in metro quando cercando con ogni sforzo possibile di minimizzare i movimenti semi-involontari del capo ad ogni battuta (80 o 180 bpm che sia), finisco sempre in uno stato di trance che mi fa saltare le fermate, facendomi scendere ad Highbury & Islington: 15 minuti out-of-range.

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CHVRCHES – EP – The mother we share – 2012

La febbre del Field Day è iniziata. La prima parte delle band in scaletta è uscita e ci ha dato in pasto una serie di musicisti alle prime armi con cui potremmo fare i conti nel futuro prossimo. Ad esempio, scorrendo lungo la lista degli artisti presenti l’anno scorso, ho notato una certa Jessie Ware per cui ho speso una serata a Brixton alla ricerca di biglietti (invano) e circa £25 per assicurarmi un posto allo Shepherd Bush Empire in data 14 Marzo 2013.

Quest’anno, in vista della mia seconda esperienza al festival, ho deciso di non farmi trovare impreparato ed ho iniziato ad ascoltare gli artisti in scaletta. Eccomi dunque a recensire i primi(ssimi) sforzi di un trio scozzese electro-pop che per il momento ha rilasciato solo un paio di canzoni ma che merita tutte le attenzioni del caso.

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