Joanna Gruesome – Peanut Butter

Ci sono cose che alterano inevitabilmente il mio umore. Tipo l’Acea che non si accorge per due anni che mi ha cambiato il contatore e continua a mandarmi bollette riferite al vecchio (per i fan delle mie peripezie con l’Acea: magicamente tutto si è risolto). Tipo l’incapacità di fare uno scheduling preciso delle corse da parte dell’Atac.

Tutto questo (e molto altro) genera in me due sentimenti opposti: da un lato vorrei riuscire ad incazzarmi sul serio, dall’altro vorrei essere come il mio amico Giacomino che riesce a farsi scivolare addosso le cose e vivere sereno.

Ovviamente non sono in grado di mettere in pratica nessuna delle due alternative. Riesco solo a far aumentare la gastrite.

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Jackson Scott – Sunshine Redux

Aprile dolce dormire. Così dice l’adagio popolare. Non tanto per Aprile (visto che ormai è Maggio) quanto per il cambio di stagione, che se da un lato risveglia la natura (e il mio reflusso), dall’altro di primo impatto rintrona ed assopisce la gente.

In questo torpore psichedelico, forse la cosa migliore sarebbe andare a raccogliere gli asparigi e fare una buona frittata. In alternativa, trovatevi un disco adeguato da ascoltare.

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East India Youth – Culture of Volume

Si dice che il talento sia una dote naturale, difficile da riconoscere. Per quel che mi riguarda, conosco un solo modo per riconoscerlo, osservandolo dal vivo.

Lo dico pensando al Field Day 2012, quello in cui un’artista di primo pelo venne messo in una delle prime slot delle 12 salvo poi essere richiamato in fretta a furia per una seconda chance alle 16 in un palco più grande. Merito della performance incredibile regalata qualche ora prima.

Oggi, mentre combatto la mia dipendenza dal tè verde – sto sorseggiando la terza tazza della mattinata – vorrei spendere due parole a proposito di East India Youth, uno dei miei artisti contemporanei preferiti che è appena giunto al favoloso traguardo del secondo disco. Dico favoloso perché di questi tempi riuscire a dare un seguito a un buon esordio è privilegio di pochi.

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Great Horned Owl – Beautiful California

Peppe Trotta per TRISTE©

Quasi ogni mio giorno contiene una costante: ad un certo punto uscendo di casa i miei occhi incontrano l’Etna. È uno spettacolo maestoso a cui ci si abitua pian piano, aspetto negativo di ogni abitudine. La scena si compone di pochi elementi: c’è l’aspetto del vulcano, cangiante nel trascorrere delle stagioni, ci sono le nuvole che disegnano conformazioni cangianti, c’è la luce, sempre diversa, sempre protagonista.

Accade, e assolutamente non raramente, che la particolare disposizione di questi elementi generi paesaggi che continuano a creare in me estremo stupore e meraviglia. La semplicità sa essere magica.

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Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son

Francesco Amororo per TRISTE©

Dopo quindici giorni trascorsi in quella che allora non era ancora la ex-Jugoslavia, passati ad ascoltare sempre le solite cinque o sei cassette, un negozietto di musica, nascosto tra mille altri di souvenir, fu come l’acqua nel deserto. Peccato vendesse quasi esclusivamente cassette di musica folkloristica balcanica (che già allora non sopportavo).

La sete, tuttavia, mi portò a cercare con più attenzione fino a imbattermi nella cassetta (versione jugoslava) del nuovo album di Nick Cave & The Bad Seeds. Ci fosse stata più scelta probabilmente non l’avrei comprata perché i Birthday Party non ero mai riuscito a farmeli piacere e anche la successiva carriera del Signor Caverna non mi aveva mai convinto, con quei suoi toni troppo apocalittici e misticheggianti per i miei gusti.

Ma, relegato nel nulla musicale, finii per aggrapparmi a un artista che non avevo mai potuto soffrire più di tanto.

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