Fear Of Men + Flowers @ Concrete – London – 02/10/2014

La realtá é che il concerto dei Fear Of Men é iniziato martedí scorso quando, stupidamente, mi sono presentato alla porta del Concrete, salvo poi realizzare che era chiusa. Dovevo leggere meglio e comprendere che era Thursday la parola scritta vicino alla data del concerto, non Tuesday come credevo.

Poco male, due giorni di preavviso mi sono serviti a rispolverare il mio amore per Loom e due ore di serata a scoprire quello nuovo verso Jess Weiss.

La mia Vespa mi porta a Shoreditch in tempo per trovare spazio fra le prime file del Concrete, uno spazio che più underground non si può: è un basement dal soffitto basso, tubi a vista, tutto cemento (ma dai?!?), ma concepito splendidamente. Minimal-chic. Servono Averna, Cynar e birra Moretti. Sarà una grande serata.

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Tweedy – Sukierae

I Wilco sono una delle mie band preferite. Qualche anno fa suonarono alla Roundhouse di Camden e fu senza dubbio uno dei concerti più belli che abbia mai visto e senza alcun dubbio uno dei più emozionanti. Sono una band matura, affiatata e talentuosissima, ma non finisce lì, perché Jeff Tweedy ha qualcosa di speciale. Almeno per me.

Le sfuriate di Glenn Kotche, i continui cambi di strumento di Pat Sansone e le cavalcate lisergiche di Nels Cline non bastano a definire quello che si prova. Lo capii quando ad un tratto sembrava come se fossi in un mondo parallelo, trasportato dall’emozione delle note della mia canzone preferita. Erano quelle di At Least That’s What You Said. Stavo piangendo.

Tweedy - sukiarea

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Sondre Lerche – Please

Trarre ispirazione dalle delusioni, amorose e non, è un clichè abbastanza comune di molti artisti. Il risultato, in genere, sono canzoni strappalacrime e/o melanconiche sul quanto era bello (o brutto) prima e molte altre variazioni sul tema. Da relazioni terminate sono nati grandi capolavori (ma anche robaccia).

Meno comune è invece tirar fuori un disco che, pur senza andare off topic, riesca ad infondere tutt’altro mood. Per la serie “manuali di musica pop”, Sondre Lerche e il suo nuovo album. Please, ascoltate con attenzione.

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Alt-J – This Is All Yours

Le buone e cattive giornate si alternano, così come i dischi. Può succedere sia il caso o qualche connessione sinaptica a decretarne il mood, ma c’è una certezza: questo alternarsi, questa soggettività, This Is All Yours.

Il primo disco degli Alt-J è stato un capolavoro. Fin dall’inizio (il dizionario del mio telefono cambia automaticamente “fin” in “gin”. Forse devo rivedere le mie abitudini) lo accostai ad un grandissimo debut album del 2005: Silent Alarm dei Bloc Party. Quello che personalmente ritengo essere uno dei migliori dischi della decade.

In molti penseranno si tratti di un errore madornale, ma sfido chiunque a trovare due dischi che, contestualizzati, riescano ad offrire un migliore punto di vista della musica degli anni in cui sono stati concepiti. L’intensità, la costanza, la qualità dei brani ha fatto si che i BP non riuscissero più a produrre niente di interessante (si ok, due o tre pezzi, ma Silent Alarm non contiene nemmeno un mezzo passo falso), mentre ∆ (sulla tastiera del mac alt+H, ndr) si ritrovano in tre, avendo perso uno dei membri fondatori della band.

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Moonface – City Wrecker

C’è un’aura strana che circonda il disco di Spencer Krug. Un volto che potrebbe essere familiare ai fan di Wolf Parade e di Swan Lake. Sarebbe troppo facile definirla nebbia, prendendo spunto dal pezzo che da inizio all’album, ma in fin dei conti non è troppo lontano dalla realtà.

City Wrecker è un disco lento, che sembra volere esprimere quel sentimento di fallibilità ed impotenza che solo un paesaggio nebbioso può suscitare. La sua voce sembra addirittura prendere spunto da una band che, se non amato, ho sempre rispettato fortemente: i Bauhaus. Con la voce di Peter Murphy a contrapporsi alle melodie acute e un po’ fuori tempo.

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