New Pope – Youth

Si avvicina la fine dell’anno. Non agitatevi se ancora non avete deciso cosa fare. Non preoccupatevi di trovare immediatamente una soluzione.

Qualcosa succederà. Qualcuno vi trascinerà a qualche cenone in casa di sconosciuti/festa in piazza/festa in un locale/cesso di un locale.

Oppure, nel migliore dei casi, non farete nulla. Ma sarà molto difficile.

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JP Riggall – The Long Dark Bright

Albert Brändli per TRISTE©

Seduto sul davanzale, attendo che il sole cali e la notte, col suo gelido respiro, si faccia strada tra gli spiragli delle porte di casa.

Sono le ore che preferisco, quelle in cui strizzando gli occhi ti sembra di guardare attraverso un caleidoscopio; quelle in cui puoi prepare una calda cioccolata (rigorosamente spruzzata di rum) e non sentirti in colpa.

Basta ciarlare troppo. Devo raccontarvi di un uomo.

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TRISTE© #Roma – Top 10 2015

Sin da piccolo ho sempre provato un certo piacere nel fare liste. Figurine mancanti, calciatori, libri, film e, ovviamente, dischi.

Tra la mie più grandi passioni poi, come ben sapete, c’è l’ansia. Benchè la classificazione sia discussa, anche il disturbo ossessivo-compulsivo ricade tra i disturbi d’ansia, e proprio la mania per gli elenchi ne è un tipico esempio.

Cosa voglio dire con questo? Non lo so. Forse da un lato che dovrei andare in analisi, dall’altro che, a differenza di altri, io sono molto contento di fare le classifiche di fine anno.

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TRISTE #Marsiglia/Londra – Top 10 2015

Caro amico ti scrivo, è probabilmente la più banale delle maniere di iniziare una classifica di fine anno, ma mi vien naturale pensarlo mentre ascolto il grande Lucio Dalla che mi narra di quanto é profondo il mare. Profondo come il talento smisurato che Sufjan Stevens dispensa al mondo con il suo Carrie & Lowell, il disco che quest’anno si prende il (clicca per lo spolier) posto nella mia lista personale dei migliori dischi del 2015.

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The Cure – Standing On A Beach

Francesco Amoroso per TRISTE©

Come fare? Prima o poi i Cure li avrei dovuti affrontare, eppure scegliere uno solo dei loro album mi pareva davvero un’impresa ardua, se non impossibile. Avrei potuto parlare di Three Imaginary Boys, il loro esordio: tre ragazzini neanche maggiorenni che, in pieno punk, sfornavano canzoni pop inimmaginabili, intrise di teenage angst, fatte di pochi accordi, eppure efficacissime, come Boys Don’t Cry, 10:15 Saturaday Night, Fire In Cairo.

Oppure avrei potuto raccontare del mio primo, travolgente, incontro con la trilogia “dark”: Seventeen Seconds, Faith, Pornography (me li regalò, insieme, mia nonna una notte di Natale di quasi trent’anni fa) e, anche in quel caso, sarebbe stato arduo scegliere tra tre lavori che, ognuno a modo proprio, hanno definito un suono e un’epoca grazie a brani unici e irripetibili quali A Forest, M, Play For Today, All Cats Are Grey, One Hundred Years, The Hanging Garden.

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