I Cani hanno fatto (ha fatto) un disco nuovo. Si chiama Glamour.
Una riflessione recensione cosa che penso. Se vi interessa.
I Cani hanno fatto (ha fatto) un disco nuovo. Si chiama Glamour.
Una riflessione recensione cosa che penso. Se vi interessa.
Siamo oramai in autunno e ancora non riesco a togliermi dalla mente posti come questo, questo o questo. Sono un romanticone, ma non posso farci niente. Io sono cresciuto con l’acqua ai piedi (e con i monti alle spalle) e questo mi fa sempre ricordare quanto vorrei vivere ancora vicino al mare (no, Ostia non è mare. Finitela).
Live by the Sea è anche il titolo del singolo di una nuova band scovata nei meandri di internet: eccovi i Gunns. Dall’Australia, dove tra poco sarà di nuovo estate. Che invidia.
Beh, dopo una settimana passata al fianco di due persone che cantano a squarciagola canzoni neo-melodiche napoletane per almeno 3 ore al giorno, non avrei potuto chiedere di più dalla vita che una nuova release di Anna Calvi.
Parlare di Anna mi fa pensare a tante cose: il concerto che ho perso alla Wilton’s Hall (sold out in un battito di ciglia); lo stupendo live che mi ha regalato a Glastonbury 2011 (John Peel’s stage – ne esistono altri?); ma soprattutto la mia scarsa affinità con l’universo del gentil sesso legato indissolubilmente alla poesia saffica (e non solo). Già, perchè, caso più unico che raro, questa volta mi pare che l’amore venga ricambiato – non come quella volta in cui dichiarandomi ad una amica della mia coinquilina, feci un’immane figura di merda.
Quanto tempo è passato dal giorno in cui abbiamo scoperto i CHVRCHES? Quasi un anno, ve lo dico io. E in questo anno il trio scozzese ci ha regalato tanti singoli splendidi ad intervalli piuttosto regolari (The Mother We Share, Recover, Gun) mettendo in luce un senso melodico eccezionale.
La mia paura più grande, quando ho avuto fra le mani il debut album, era quella di ritrovarmi con una manciata di canzoni già conosciute e una manciata di pezzi riempi-buchi. Un po’ come succede a tante band alla prese con la pressione dell’hype che si è creato attorno a loro.
Quando scopro che l’artwork è stato affidato a Damien Hirst (senza dubbio ipervalutato ma al contempo eccezionale artista contemporaneo), capisco di essere un po’ invidioso della vita di Pete Doherty. Ok, magari no.
Sequel to the Prequel arriva un po’ come un fulmine a ciel sereno, dopo una pausa durata ben 6 anni e soprattutto arriva con un bel po’ di pregiudizi, come è normale che sia. I Babyshambles sono da sempre stati considerati una band marionetta nelle mani di Peter (eh si, adesso vuole farsi chiamare così), e non hanno mai smesso di essere considerati dei Libertines B. Fino ad oggi.